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L'omicidio di Diabolik

Un "palo" nel commando che ha sparato a Fabrizio Piscitelli

Un terzo uomo si potrebbe essere nascosto nel parco degli Acquedotti. Omertà tra gli amici della vittima: nessuno parla per aiutare le indagini

Diabolik dalla tentata scalata alla Lazio al narcotraffico

Ci potrebbe essere un terzo uomo sulla scena del delitto di via Lemonia 273 dove, lo scorso mercoledì pomeriggio, è stato ucciso Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik. Un «palo» confuso tra chi faceva jogging e chi portava a spasso il proprio cane all'interno del parco degli Acquedotti, nel quartiere Tuscolano. Qualcuno che ha dato il «via» all'azione delittuosa, avvisando con un segnale (una telefonata o un messaggio) l'uomo travestito da «runner» (pantaloncini, bandana in testa e occhiali da sole) che si è avvicinato di corsa alla panchina sulla quale era seduto l'ex capo ultrà degli Irriducibili, lo ha freddato sparandogli un colpo di pistola in testa all'altezza dell'orecchio sinistro e poi correndo ha raggiunto un altro complice che lo aspettava in sella a una moto, sulla quale i due sono stati immortalati da una telecamere di sorveglianza mentre scappavano verso il centro della città.
La presenza di questo terzo uomo si deduce da un particolare importante per ricostruire la dinamica. L'autista cubano che era con Piscitelli ha raccontato agli inquirenti che erano in anticipo di circa 10-15 minuti sull'appuntamento che la vittima aveva fissato alle 19 nel parco, non si sa con chi. Nell'ipotesi in cui si voglia credere all'estraneità del cubano (che si è difeso con la polizia dicendo di essere scappato subito dopo l'omicidio perché il killer aveva provato a sparare anche lui, senza riuscirci per via del grilletto inceppatosi), resta da pensare che qualcuno si fosse appostato nei paraggi e, non appena ha visto Diabolik arrivare, ha allertato il sicario, spiegandogli anche che il 53enne si era seduto sulla panchina insieme al suo autista, di modo da dargli il vantaggio di sopraggiungere alle loro spalle, senza che nessuno dei due se ne accorgesse o avesse il tempo di reagire.
L'ex leader della curva nord pare non temesse la persona a cui aveva dato appuntamento mercoledì e - allo stesso tempo - ha dimostrato di avere grande fiducia nel cubano che da appena una settimana gli faceva da autista, tanto da non farlo restare in macchina in attesa della fine dell'incontro. Quindi, a rigor di logica, si deve dedurre che l'uomo con cui Piscitelli doveva incontrarsi lo abbia «venduto» al «commando» che lo ha giustiziato. Un'esecuzione che, per la sua modalità, ha portato il pm Nadia Plastina a ipotizzare il reato di omicidio premeditato aggravato appunto dal metodo mafioso. La vittima, aldilà del seguito che aveva sui supporters laziali, aveva un ruolo di vertice in un traffico di droga sul quale la Procura di Roma stava indagando. Il suo profilo criminale si era talmente «elevato» che bastava spendere il suo nome, senza che lui direttamente si «sporcasse le mani».

Tutti sono concordi nell'affermare che chi ha ammazzato l'ex leader degli Irriducibili gli abbia teso un agguato vigliacco. Eppure, paradossalmente, nessuno finora si è presentato in Procura per chiedere di essere sentito dai pm che indagano sull'omicidio. Nessuno, tra amici e conoscenti, ha pensato bene di andare a riferire agli investigatori particolari (all'apparenza anche insignificanti) che possano aiutarli a capire quali fossero i nemici di Diablo, se il 53enne avesse ricevuto minacce o se avesse di recente cambiato abitudini di vita. Elementi che potrebbero servire a rintracciare il suo killer e i complici che facevano parte del «commando» che mercoledì scorso ha portato a termine l'esecuzione, in un luogo pubblico, alla luce del sole, nella convinzione di restare impuniti. Una spedizione pianificata in ogni dettaglio che, probabilmente, voleva essere un segnale indirizzato a tutti coloro che gravitavano nella sfera di affari illeciti di Piscitelli. Eliminando lui, si è voluto liberarsi della sua «presenza ingombrante»; nonostante la vittima potesse «vantare» conoscenze criminali di alto livello: da Massimo Carminati a Michele Senese, dai Nicoletti ai Fasciani, passando per albanesi. Il clima che si respira, insomma, sembra essere un clima omertoso (tipico dei contesti mafiosi). Nessuno parla, nessuno sa. Un silenzio assordante, che potrebbe significare anche che si sta preparando una vendetta criminale.

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