Nel giorno in cui il sindaco Marino aveva annunciato l’approvazione in giunta della manovra di bilancio - oggi - arriva invece il voto definitivo di Montecitorio sul decreto Salva Roma. Una data saltata dunque e un epilogo niente affatto rassicurante per il provvedimento che sblocca 600 milioni per le casse capitoline, vincolandole tuttavia un piano di rientro e a tutta una serie di manovre aggiuntive, come ad esempio la liquidazione di diverse, numerose società partecipate. Il Salva Roma arriva infatti alla votazione finale con mesi di ritardi, due ritiri, tre versioni differenti e soprattutto la fiducia posta dal Governo. Senza quest’ultima probabilmente si sarebbe arrivati alla scadenza del 5 maggio, termine perentorio entro il quale approvare il decreto legge. Il problema insomma c’è. E non è un problema da poco. Il filo conduttore tra Salva Roma e bilancio ha un nome ben preciso ed è quello del partito democratico e di quest’ultimo con il suo sindaco. E viceversa. La ricerca estenuante di un nuovo equilibrio politico prima con il sindaco «marziano» poi con i renziani ha di fatto gettato nell’impasse un’intera classe dirigente. Un semplice, consueto, rimpasto di giunta avrebbe probabilmente risolto il nodo primario e tracciato una strada molto più semplice. La manovra di bilancio, che ieri l’assessore Daniela Morgante, ha detto di avere pronta la settimana prossima, è di fatto una finanziaria di natura politica e per questo si è arrivati allo scontro. Scontro sui tagli lineari, che il tecnicismo matematico vedrebbe ammontare a 300 milioni; scontro sulle nuove entrate da individuare, come ad esempio l’aumento della tassa di soggiorno e un abbassamento dell’Irpef. La messa in liquidazione o vendita di trenta società partecipate può trasformarsi velocemente da un’operazione di tagli economici a un’emergenza sociale. Questioni importanti e decisive sulle quali occorre una compattezza politica che non ammette crepe. E invece nella maggioranza capitolina guidata da Marino di crepe ce ne sono eccome. Per questo approvare il bilancio 2014 entro il 30 aprile è davvero una missione impossibile. L’incontro con i 15 presidenti di Municipio è stato rinviato, così come quello con le parti sociali. Eppure il parere dei parlamentini locali è obbligatorio, ma non vincolante. Vincolante è invece quello della Commissione Bilancio che dovrà recepire le proposte e sintetizzarle in emendamenti in grado di conciliare le istanze della maggioranza, quelle delle opposizioni e delle parti sociali. Con Pasqua di mezzo e la campagna elettorale per le europee è dunque molto probabile che il bilancio slitti a giugno, in prossimità dei termini indicati anche per la presentazione al Governo del piano di rientro. A quel punto, con il risultato delle elezioni il quadro politico, dentro e fuori il Pd sarà forse più chiaro, il rimpasto di giunta farà il resto. A meno che non si decida di tornare alle urne.
Governo costretto alla fiducia
Susanna Novellis.novelli@iltempo.it Nel giorno in cui il sindaco Marino aveva annunciato l’approvazione in giunta della manovra di bilancio - oggi - arriva invece il voto definitivo di...