Roma Capitale

Ipa, Il nuovo statuto «declassa» il Campidoglio a socio fondatore

L’istituto di previdenza «sbatte» fuori il sindaco. Il Cda può decidere compensi in completa autonomia

È una vera e propria dichiarazione di indipendenza quella messa a segno dall’Ipa, che modifica autonomamente il proprio statuto, si stacca dal Campidoglio e diventa privata. Dal 28 agosto, infatti, l’Istituto di Previdenza e Assistenza dei dipendenti di Roma Capitale è «un’associazione privata di interesse pubblico, senza scopo di lucro», della quale Roma Capitale è solo «socio fondatore, mentre soci sono solo gli attuali soci ordinari» (i dipendenti comunali iscritti, ndr). Una decisione presa dal cda della municipalizzata nel silenzio più totale, fra l’imbarazzo della politica e il lasciapassare dei sindacati principali, che da sempre occupano il consiglio d’amministrazione facendo leva sui consensi che inevitabilmente pesano ad ogni elezione interna. In realtà, ora il nuovo statuto (che ha seguito di pochi mesi quello già approvato il 13 febbraio 2013) come regola dovrebbe passare all’approvazione dell’Assemblea Capitolina, step che non è ancora avvenuto per la volontà del sindaco Marino e dei suoi assessori di tenere fermo il provvedimento. Un avallo solo teorico, però, perché la «dichiarazione d’indipendenza» sembra essere irrevocabile e, anzi, fa perfino giurisprudenza. La dimostrazione è nel testo della sentenza del 20 novembre 2013, firmata dal giudice del lavoro Fabrizio Gandini, relativo al ricorso di alcuni dipendenti dell’istituto per una faccenda relativa al mancato versamento dei contributi previdenziali. «L’Istituto – recita il documento – è dotato di propri organi distinti da quelli di Roma Capitale. Al cda spetta la determinazione dei compensi spettanti agli amministratori, nonché l’approvazione del bilancio preventivo del rendiconto. In merito il sindaco può proporre al cda «eventuali variazioni» che però possono essere disattese purché motivate; non solo: il clou viene spiegato quando «i poteri di vigilanza attribuiti al sindaco di Roma Capitale (vigilanza sull’attività e nomina del presidente del cda e del presidente del collegio dei revisori, ndr) non sono tali da inficiare la distinta soggettività giuridica dell’Istituto». E tutto questo, mentre l’istituto riceve milioni di euro dal Campidoglio, come specificato all’articolo 3, quando si afferma che parte dei mezzi per l’attività arrivano ìdalla somministrazione gratuita e dalla manutenzione, da parte di Roma Capitale, dei locali costituenti nonché dalla fornitura gratuita, da parte del Comune, delle utenze, del riscaldamento e dell’arredamento dei locali stessi». All’Ipa oggi sono iscritti, versando quote cospicue, il 90% circa dei dipendenti comunali. Questo perché fino a qualche anno fa l’adesione avveniva con il silenzio-assenso alla firma del contratto, pur restando la partecipazione facoltativa (in quanto parliamo di prestiti, previdenza integrativa, eccà). Ma sono almeno 7-8 anni che puntualmente l’istituto finisce nella bufera. Alcuni esempi? Lo scandalo dei super compensi oltre i 100mila euro annui autodeterminati dei presidenti e dei consiglieri d’amministrazione, prima nel 2007 e poi nel 2012: in quest’ultimo caso l’ex sindaco Gianni Alemanno e l’ex assessore Enrico Cavallari commissionarono l’istituto, ma il blitz fu vano perché al voto interno di gennaio 2013 l’efficiente rete delle tessere sindacali portò alla riconferma del 50% di quel cda. E poi il dramma delle «buste paga zero», del 2009: ben 3000 casi in cui i lavoratori in debito si videro scalare l’intero importo dello stipendio, alcuni dei quali tentarono più volte il suicidio.

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