Roberto Di Masa è il direttore del centro commerciale Domus, quartiere Romanina. Uno dei più congestionati di Roma, racchiuso tra le grandi strutture dell’Agnanina, Romanina, Tor Vergata, Cinecittà Due e la prossima annunciata apertura de «La Noce», altra mega struttura in procinto di vedere la luce. Come vanno gli affari, direttore? «Per il centro Domus c’è oggi un piano di rilancio importante che speriamo possa dare frutti. Attualmente gli affari non vanno molto bene, contiamo la presenza di 74 negozi su una superficie di 30 mila metri quadri di cui quasi la metà sono sfitti». I centri commerciali, oggi, sono in crisi? «Penso che ci siano degli ottimi margini per recuperare, ad esempio alle aree di Roma, vedi la zona nord, dove non ci sono grandi centri commerciali e dove, a mio parere, possono essere tranquillamente autorizzati. Il problema esiste in quelle parti di Roma, ad esempio nella zona sud, dove il mercato è ormai saturo e dove autorizzare altri centri significa svantaggiare quelli già esistenti». Ma ad oggi c’è domanda dei piccoli negozianti per entrare a far parte di queste mega strutture? «Assolutamente sì, sebbene subordinata ad un progetto di rinnovo. Nel nostro caso, per esempio, appena si è sparsa la notizia di questo piano di riqualificazione del centro Domus, abbiamo avuto diverse domande di negozianti pronti a far parte del progetto». Si dice spesso che i costi per aprire un’attività in un centro commerciale siano molto alti, è effettivamente così? «Guardi, la crisi li ha in realtà molto ridimensionati. Oggi si può tranquillamente aprire con un costo di 500 euro al mq., fino a poco tempo fa si pagava almeno il doppio. E questo, nonostante il mercato sia molto vivace e la domanda resti piuttosto alta». E allora perché il centro che lei dirige non se la passa affatto bene? «Domus ha preso avvio nel 2008 in piena crisi americana dei subprime, il contraccolpo si è sentito molto soprattutto a livello di investimenti. E poi, certo, l’alta concentrazione di grandi strutture nella zona è pur sempre un fattore che non incoraggia gli affari. Si crea concorrenza, è come spartirsi una fetta di torta». Crede che Roma possa fare spazio a nuovi centri commerciali? «L’assenza di un piano regolatore del commercio certo non è un bene. Ma se ci fosse una programmazione seria che andasse a riempire degli spazi oggi vuoti, io credo che questo potrebbe essere soltanto un bene per la città, dal punto di vista economico». Ma l’investimento economico per costruire un centro commerciale vale ancora la resa? «Assolutamente sì, a mio parere. Il problema è studiare formule di complessi che riescano ad accattivare un tipo di clientela che è diventata sempre più esigente in tempi di crisi».
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