Non sono mai stato un grande ammiratore di Paul Schrader, comunque, tra gli Ottanta e i Novanta, è indubbio che il cinema americano gli abbia dovuto opere di buon rilievo, da "American Gigolo" ad "Affliction". Da tempo però si era chiuso in un certo silenzio che infrange solo adesso con questo film che, nonostante la sua firma, è stato presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia probabilmente per certe perplessità avanzate alla sua prima uscita dalla critica americana. Il suo vero punto debole è il testo, nonostante vi abbia posto mano uno scrittore a suo tempo osannato, Bret Easton Ellis, di cui si sarà letto almeno, nel '96, "American Psycho". Ellis ha ritenuto di mettere molto scopertamente l'accento sui vizi di Los Angeles e di Hollywood portandoli spesso alle loro conseguenze più estreme. Il suo personaggio principale, così, è un giovane produttore cinematografico che, oltre a comportarsi come certi suoi colleghi - ricatti, soprusi, droghe, sesso di gruppo - ha anche dei difetti più segreti, come quello di essere un tale psicopatico da dover farsi regolarmente analizzare da uno psichiatra presto convinto di non riuscire a far fronte in nessun modo ai tanti suoi traumi. Ai quali, a un certo punto, se ne aggiunge un altro anche più grave perché, dopo aver indotto la sua amante del momento ad accettare insieme con lui vari incontri promiscui, si accorge che lei, ritrovato un suo antico amore, si innamora di nuovo di lui e gli si unisce. Da qui il resto, nel turbine di una feroce gelosia che non solo vedrà la donna quasi ridotta in umiliante schiavitù, pur essendo riuscita in un certo modo a sfuggirgli, ma non risparmierà altre, egualmente coinvolte, versando addirittura il loro sangue. Certo, siamo anche sul versante del "noir", ma la struttura che vi confluisce con quello psicopatico in mezzo, in equilibrio rischioso fra il melodramma e forse addirittura il risibile, stenta molto a convincere, anche perché le psicologie della maggior parte dei personaggi di contorno sono appena sbozzate e non riescono né a chiarirsi né a farsi accettare. Resta la regia di Schrader. La si può apprezzare da un punto di vista tecnico e formale - immagini suggestive, gli interni delle varie abitazioni sempre intenzionalmente scenografici, molti climi cupi e sospesi - ma non può non stupire che non abbia saputo porre un argine a quel testo tanto infelice con l'equilibrio che in passato l'ha sorretta. Rilievi non dissimili per quello che riguarda gli interpreti. Il produttore psicopatico è il pornodivo James Deen per la prima volta in un ruolo serio (ma non castigato), la sua amante sfortunata è Lindsay Lohan, chiacchierata nella vita ma qui sbiadita anche nei passaggi erotici.
Sesso e sangue a Los Angeles
Non sono mai stato un grande ammiratore di Paul Schrader, comunque, tra gli Ottanta e i Novanta, è indubbio che il cinema americano gli abbia dovuto opere di buon rilievo, da "American Gigolo" ad...
