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Legata e sedata perché vuole morire

Le foto delle vittime, il commerciante cinese Zhou Zheng e la piccola Joy di 9 mesi

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«È crollatta, è crollata» hanno detto i parenti. E ora dorme nella camera a due letti nel reparto di sub terapia intensiva A del San Giovanni Addolorata. Ed è un lungo sonno artificiale quello di Zheng Lyan, 26 anni, l'unica sopravvisuta alla mattanza di mercoledì sera a Tor Pignattara, sedata e legata al letto per evitare che si strappi i tubi e corra via a cercare la sua Joy, nove mesi, la piccola che aveva visto col visino sporca di sangue. E lei credeva fosse quello del marito. E non c'è più nemmeno lui. Ieri gliel'hanno detto la madre e il fratello assistiti dagli psicologi dell'ospedale. Le hanno detto che la sua bambina è morta. Le hanno detto che anche il marito è morto. E ora Zheng Lyan maledice il giorno in cui è nata e vuole morire. Senza la sua famiglia, non le importa più dei lunghi anni che l'aspetteranno. Non le importa più di vivere. Come aveva fatto la madre della ragazza, quando alle urla della figlia in strada, a via Alò Giovannoli, la notte maledetta aveva aperto la finestra che affaccia sulla strada. E alla vista del sangue avrebbe voluto finire i suoi giorni anche lei sullo stesso marciapiede. La fine della speranza è morta con la verità raccontata ieri mattina a Zheng Lyan. Una verità ascoltata con gli occhi sgranati e senza un gemito nella sua camera al pian terreno del nosocomio dove l'unica sopravvissuta all'agguato era arrivata con una ferita al viso ed un taglio al braccio. Non ha pianto. Non l'hanno sentita gridare. La donna che aveva rincorso i banditi anche stavolta ha cercato l'azione. Ma gliel'hanno impedito. Non c'è mai un modo giusto per dire a una giovane donna che ha perso tutto. E dovrà ricominciare a vivere da sola. Ora il suo letto è protetto da un separé, nessuno ora può più entrare ad accarezzarle i lunghi capelli lisci neri. Nemmeno il fratello Ong, l'ultimo a vederla ieri mattina insieme a due diplomatici dell'ambasciata cinese a Roma. Dopo la visita, in forma privata, del cardinale vicario del Papa, monsignor Agostino Vallini. Zheng Lyan è stata sedata. E pesantemente. E legata. Come si fa quando si capisce che potrebbe succedere qualsiasi cosa. «Il suo stato psicologico è terribilmente peggiorato», fanno intendere i medici. E ora nessuno può entrare nella sua stanza. A lungo la verità terribile l'aveva sfiorata nei giorni della solitudine, quando la giovane donna non aveva visto nessuno al suo capezzale. E si era chiesta come mai non le facessero vedere la sua bambina che credeva solo lieviemente ferita. E come mai i suoi parenti, nemmeno la mamma e il marito, le avessero ancora fatto visita. Una protezione necessaria per evitare che potesse apprendere la verità, anche solo attraverso uno sguardo. Nessuno al pianterreno del San Giovanni l'ha sentita piangere e gridare. La storia di questa ragazza ha commosso i romani che hanno i parenti ricoverati nel reparto di Sub terapia intensiva. Hanno fatto a gara per farla sorridere, ma non ci sono riusciti. «Ho cercato invano di aiutarla a mangiare all'ora dei pasti» racconta una signora bruna, che accudisce la madre, Angela, un'anziana di 77 anni, che è la vicina di letto di Zheng Lyan. Ora non potrà rivolgerle neanche un sorriso. «Da oggi (ieri, ndr) hanno messo un paravento tra il letto di mamma e il suo - racconta la donna - povera ragazza, somiglia alla sua bambina».

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