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Buio, degrado, paura Il Pincio vietato alla città

Il Pincio

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Si arrancava appena un po' sulla salita, ma il cuore era allegro anche nell'umido della sera. Si andava ad agguantare il panorama più bello di Roma, quello più blasonato, quello che i turisti non si perdono, e nemmeno gli innamorati, e nemmeno le mamme la domenica, coi bambini che reclamano il palloncino. Ci salivano i pittori e i fotografi, sul lieve declivio. Gli sposi per le foto di tutta la vita, gli storici dell'arte, i romani de' Roma, le comitive, i malinconici, gli scontrosi, i romantici, i ciclisti. Ci salivano tutti, per trovare il ristoro degli occhi, la memoria della città. E l'orgoglio di appartenervi. E invece... E invece il Pincio, la terrazza inventata nell'ottocento napoleonico da quel grande scenografo che si chiamava Giuseppe Valadier, non c'è più. Oscurato, annientato. Peggio, trasformato in un irriconoscibile buco nero, dove la sera girovaga qualche sparuta comitiva in un buio allucinato. Alla Blade Runner. La terrazza che guarda piazza del Popolo e laggiù il Tevere e più lontano la cupola di San Pietro e Monte Mario e in fondo in fondo il Gianicolo non riesci a trovarla neppure. Il piazzale è invaso da un fortilizio di legno imbevuto di pioggia, una palizzata verniciata di verde cafone, con le transenne di metallo e le strisce bianche e rosse che vietano l'accesso. Achtung, proibito, non passare. E chi s'avventura dietro il cantiere, testardo a cercare il panorama, nuota nel buio pesto, e affonda le scarpe nel brecciolino, che da anni nessuno pettina più. Dicono che è il cantiere del fu parcheggio del Pincio, l'opera fortissimamente voluta da Veltroni sindaco e poi bocciata, da destra e da sinistra, dai verdi, dagli ambientalisti, da quanti hanno a cuore il decoro della città. E a chi s'indigna perché sono tre anni che il Pincio è cancellato, rispondono che ci sono resti archeologici trovati scavando e si devono sistemare. Ma intanto la terrazza che piaceva a D'Annunzio e all'aristocrazia, ma che è anche un regalo per chi non può permettersi - l'estate, la sera, la domenica - nient'altro che una passeggiata è un posto da evitare. Perché fa paura, vuota e scura com'è. Peggio delle periferie più degradate, di un Idroscalo alla Pasolini, di una stazione metro all'ultima fermata. E non serve a rassicurare la sagoma illuminata della Casina Valadier, che sembra un'allucinazione, un sogno impossibile come il Rex, il transatlantico amarcord nella Rimini felliniana. Perché lì sono cene e feste esclusive, che il turista e il cittadino non può permettersi. L'assessore Corsini risponde qui accanto a Susanna Novelli che entro l'anno il Pincio tornerà com'era. E meno male, dopo tre anni che hanno fatto chissà quanti danni all'immagine turistica capitolina. Ma a lui e al sindaco Alemanno vorremmo suggerire di ripensare alla riqualificazione di tutta Villa Borghese. Che non è più isola pedonale perché le vetturette elettriche in affitto sfrecciano nei viali a danno di anziani, bambini, mamme con carrozzine. Perché le panchine sono rotte. Perché la Villa è devastata da solchi e buche. Ce n'è una, proprio davanti alla Casina Valadier, larga 80 centimetri. E per coprirla hanno pensato bene di sistemarci dentro un vaso. Ci si arrangia così nel posto più bello di Roma diventato terra di nessuno. Chissà se il ministro del Turismo, la volitiva Michela Vittoria Brambilla, vorrà intervenire. Chissà se lo farà il Comune di Roma, che ha commissionato un patinato promo sulla Capitale a Zeffirelli. Via le tenebre dal Pincio, ridatelo al mondo.

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