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Conte negherà anche di chiamarsi Giuseppe. Ecco i dieci punti che lo inchiodano

Daniele Capezzone
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«Di sicuro c’è solo che è morto», recitava uno dei più celebri incipit nella storia del giornalismo italiano: ne fu autore il leggendario Tommaso Besozzi su «L’Europeo» a proposito della morte del bandito Salvatore Giuliano.

Qui invece di sicuro, a dar retta alla propaganda grillina, non c’è più nulla. Prima o poi qualcuno tenterà perfino di negare che Conte si chiami Giuseppe.

Ma il fatto è che, un po’arrampicandosi su specchi sempre più scivolosi (si veda la sua intervista di ieri al «Corriere della Sera», piena zeppa di autogol) e un po’ affidandosi alle testate amiche, Conte si è infilato in un vicolo cieco per almeno dieci ragioni. Vediamole a una a una.

 

1. Sostiene Conte «di avere stabilito di comune accordo con i Presidenti delle Camere» di dimettersi «non appena verrà concordata la data dell’audizione». Bugia da politicante e mediocre furbata al tempo stesso. Infatti, solo dopo l’appello de Il Tempo, raccolto dai Presidenti delle Camere, e dopo l’iniziativa di Fdi con le dimissioni dalla Commissione di Galeazzo Bignami, Conte si è trovato con le spalle al muro, e a quel punto ha dovuto cedere.

2. Se fosse stato vero che aveva fretta di farsi audire, aveva avuto mesi e mesi di tempo, molto prima, per dimettersi dalla Commissione.Cosa che si è ben guardato dal fare finché non si è trovato come un pugile alle corde.

3. È politicamente indecoroso, oltre che moralmente inqualificabile, tentare di scaricare le colpe sulle Regioni. Lo spiega oggi Il Tempo con Alessio Buzzelli, elencando tutti i casi in cui il governo Conte-Speranza aveva torto ed è stato semmai salvato o almeno avvisato dai governatori regionali, specie da quelli del Nord e di centrodestra.

 

4. Lo scaricabarile contiano prosegue chiamando in causa l’Agenzia delle Dogane e la struttura commissariale di Domenico Arcuri. Ma anche in quel caso le nomine le aveva fatte il suo governo, ed era al suo governo che quelle strutture rispondevano.

5. Come ieri ha dimostrato Il Tempo, in mezza Europa sono state istituite Commissioni d’inchiesta sulla gestione pandemica, e gli ex premier sono regolarmente andati a testimoniare e a farsi interrogare senza battere ciglio. Solo qui Giuseppe frigna e fa i capricci.

6. In tutta quella fase, Conte, da premier, mantenne per sé anche la delega ai Servizi. Risponda anche su questo: l’intelligence lo avvisò di possibili speculazioni su mascherine e forniture? Se sì, perché non intervenne? E perché non furono almeno bloccati i pagamenti?

O altrimenti, in caso negativo, come mai non si pose il problema? Possibile che un tema così sensibile non fosse adeguatamente sorvegliato e presidiato?

7. Oggi viene audito il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, allora primo collaboratore del premier. Anche da lui Conte non seppe nulla?

8. In ogni caso, perché, in nome della mitica trasparenza, il suo governo di allora non tirò fuori i contratti stipulati e gli acquisti effettuati dalla struttura commissariale in tutta quella fase? Gli italiani avevano (e hanno tuttora) il diritto di sapere una serie di informazioni: quanti soldi, quali mediazioni e commissioni, quali e quante unità merceologiche, da quali e quanti paesi, da quali e quante società (con i relativi dettagli), e anche tutti i dettagli rispetto agli standard qualitativi di ogni singola partita di mascherine, camici, respiratori, e così via.

 

9. Perché Conte esautorò Consip (cioè la struttura appaltante della Protezione civile, oltre che delle altre amministrazioni pubbliche) dagli acquisti, incaricando invece la struttura commissariale? E ancora: perché escluse la Corte dei Conti dai controlli e consentì che fosse tenuta fuori anche l’Anticorruzione?

10. L’ex premier ha mai chiesto conto allo studio Alpa delle provvigioni che sarebbero state richieste ad alcuni imprenditori? Come si giustifica il fatto che, secondo alcune accuse, se un imprenditore rifiutava di versare la commissione agli avvocati di quello studio legale, subisse ritorsioni o ispezioni?

Per tutte queste ragioni, non solo occorre che Conte sia audito. Ma è opportuno che l’audizione non avvenga in forma «libera», bensì con modalità di testimonianza formale, con le conseguenti responsabilità penali in caso di mancato concorso alla ricostruzione della piena verità dei fatti.

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