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In tutto il mondo inchieste sul Covid. Solo Conte frigna

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Dall'Europa all'Australia istituiti organi parlamentari o speciali Da Rutte a Cameron, gli ex premier hanno testimoniato senza battere ciglio

Pietro De Leo
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Ma quale persecuzione, quale resa dei conti! Le formule per vedere più chiaro su come i governi hanno affrontato l’emergenza Covid sono una necessità ricorrente in giro per il mondo. Commissioni e organismi, parlamentari o no, punteggiano una geografia di tentativi di fare trasparenza, o completezza dell’informazione, a oltre sei anni dall’esplosione della pandemia.


Nessun unicum italiano, dunque, ma una vocazione fisiologica delle democrazie ad autoaccertare la natura di quelle normative che a suo tempo toccarono sanità, libertà, economia, diritti individuali. In Europa e fuori dall’Europa, molti Parlamenti e governi hanno dunque scelto di ricostruire vicende, ascoltare i protagonisti e produrre documenti. Il punto non è solo contare le inchieste, ma capire che cosa hanno detto e quanto hanno inciso davvero nella politica dei rispettivi Paesi. Guardando vicino a noi, sei Paesi dell’Unione hanno istituito vere commissioni parlamentari d’inchiesta sul Covid: Francia, Paesi Bassi, Spagna, Slovenia, Lettonia e Romania. Altri sei Paesi europei hanno scelto organismi speciali o verifiche mirate, senza arrivare sempre alla commissione d’inchiesta in senso stretto: Belgio, Danimarca, Irlanda, Portogallo, Svezia e Finlandia. In Croazia, Lussemburgo ed Estonia le proposte sono state invece respinte. A parte vanno considerati poi Germania e Austria, che hanno seguito percorsi intermedi: Berlino con una commissione mista deputati-esperti, Vienna con una verifica più limitata, soprattutto sul fronte finanziario. Fuori dall’Unione Europea i casi più importanti sono quelli di Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Norvegia.


Negli Stati Uniti la Camera dei Rappresentanti ha chiuso i lavori della «Select Subcommittee on the Coronavirus Pandemic» con un rapporto finale di circa 500 pagine, molto critico su lockdown, mascherine e gestione iniziale della crisi, ma anche capace di riconoscere alcuni risultati della risposta pubblica e della filiera dei test. Nel Regno Unito opera la «UK Covid-19 Inquiry». Si tratta di un organismo di inchiesta statale e indipendente, con pieni poteri di convocazione e acquisizione documentale. In Australia e Norvegia le indagini hanno avuto carattere indipendente (dunque non erano commissioni parlamentari) e si sono concentrate su prevenzione, coordinamento e risposta istituzionale alla pandemia. Il bilancio politico è diverso da Paese a Paese, ma qualche linea comune emerge.


In Francia l’inchiesta ha portato a una lettura critica della preparazione dello Stato e della catena decisionale. Nei Paesi Bassi il focus è stato ancora più politico, perché la commissione ha messo al centro lockdown, coprifuoco e rapporto tra potere centrale e autorità locali, con un impatto evidente sul dibattito pubblico e istituzionale. In Spagna il tema è stato soprattutto il coordinamento fra Madrid e autonomie regionali, oltre alla gestione delle misure restrittive. In Slovenia, Lettonia e Romania le commissioni hanno avuto un effetto soprattutto di polarizzazione, diventando terreno di scontro tra maggioranza e opposizione. L’effetto politico più forte si è visto dove l’inchiesta ha toccato le leadership governative di allora.


Nel Regno Unito la pandemia è diventata anche un giudizio sulla stagione dell’ex Primo Ministro conservatore Boris Johnson, audito sotto giuramento dalla commissione. Sentiti anche Rishi Sunak, per il ruolo di Cancelliere dello Scacchiere, Matt Hancock (ex titolare della Sanità) così come gli ex premier Cameron e May, il cui mandato si esaurì prima del Covid, questi ultimi per approfondire se il Paese fosse o meno preparato all’arrivo di pandemie. La struttura britannica è importante proprio perché non è una commissione parlamentare, ma un’inchiesta pubblica indipendente guidata da Heather Hallett, ex giudice della Court of Appeal: la sua soggettività giuridica è quella di uno strumento statale creato dal governo ai sensi dell’Inquiries Act 2005, con autonomia procedurale e poteri coercitivi su documenti e testimoni.

La sua organizzazione è modulare: lavora per blocchi tematici, dalla preparedness alla governance politica, dalla sanità ai vaccini, e pubblica rapporti progressivi. In Francia sono stati auditi Édouard Philippe, primo ministro all’epoca del Covid, e Agnès Buzyn, ministro della Salute, per la gestione dell’approvvigionamento delle mascherine e le tempistiche sull’introduzione delle misure restrittive. Negli Stati Uniti il nome più simbolico è quello di Anthony Fauci (scienziato, consulente medico del governo degli Stati Uniti all’epoca della pandemia), ascoltato dalla Camera per ore sulla gestione sanitaria federale. Qui il Covid si è trasformato in una delle linee di frattura della politica americana, tra repubblicani e democratici, Stato federale e libertà individuali, salute pubblica e diffidenza verso le istituzioni. 


In Olanda la commissione ha audito anche Mark Rutte, ex primo ministro, e Dick Schoof, ai tempi della pandemia alto responsabile della macchina governativa poi diventato premier egli stesso: segno che le indagini sono giunte fino ai vertici della decisione politica. Di recente è stata audita anche la Prima Cittadina di Amsterdam, Femke Halsema, che si è soffermata in senso critico sulle conseguenze psico-sociali dell’isolamento dei più giovani. Proprio per questo il caso olandese è uno dei più interessanti: non si è fermato agli esperti, ma ha interrogato chi ha davvero guidato il Paese nella crisi.
 

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