Giorgia Meloni e la banalità editoriale dei Giannini
Dopo il diversamente entusiasmante libro-intervista con Romano Prodi, «Il dovere della speranza», Massimo Giannini pare abbia avvertito, più che il dovere, la comodità della speranza nell’usato sicuro della banalità del male editoriale: Meloni, Trump, la destra, Mussolini, il fascismo, l’illiberalismo, il peccato originale berlusconiano.
Così è arrivato «La sciamana», titolo che denuncia più che altro la fatica e il ritardo dell’officina: Jake Angeli, Capitol Hill, corna, rito tribale, democrazia «profanata». Tutto molto inizio 2021, tutto già visto, tutto adatto al tour tra le platee del conformismo librario e le confraternite televisive dell’allarme immaginario permanente.
Giannini presenta l’appellativo come se fosse stato benedetto da Meloni, evocando la copia di «Io sono Giorgia» recapitatagli dopo gli attacchi dell’epoca (riciclati oggi) con dedica firmata «Giorgia – La sciamana». Uno ti insulta, tu lo disinneschi in privato con autoironia, e quello, un lustro dopo, espone la battuta come ammissione di colpa. Il tutto «senza rancore», eh.
Poi c’è la copertina, con una Meloni stilizzata in forma per nulla lusinghiera, quasi gollumiana, perché i sacerdoti del body-shaming, isterici quando il bersaglio è dei loro, si scoprono autoindulgenti quando il volto è di differente parrocchia. E pensare che nell’anticipazione su La Repubblica si leggeva che da parte di Giannini «il rispetto non è mai mancato». Nell’introduzione del libro si aggiunge «tutto sommato», rendendo la diagnosi solo un minimo meno grottesca.
Figurarsi se fossero mancati, il rispetto e il rancore, in anni di articoli, talk, requisitorie, perizie di estremismo, Ducetta, Sorella d’Italia e genealogie della sovversione. Poi ecco la mela avvelenata offerta a Giorgia Neraneve: «Se vuole provare davvero a recuperare lo scettro che le è miseramente scivolato di mano, Meloni ha una sola chance: rientrare nella "Casa Europa[…]", l’unica scelta autenticamente "patriottica" che la Sciamana, pentita, potrebbe ancora fare»..
È il consiglio tossico del nemico: ti indico la strada perché tu possa perderti. Quella mela non va morsa: va azzannato (o ignorato) chi la porge. Meloni dovrebbe ricordare ciò che rispose a Giannini quando nel gennaio 2021 le assegnava già il copricapo degli «sciamani d’Italia»: «Il suo ragionamento tradisce quella presunta e mai dimostrata superiorità morale per la quale la sinistra pretende perfino di spiegare cosa dovrebbe essere la destra. Ma […]una destra che piace alla sinistra non piace a chi è di destra, e quindi è destinata a essere marginale. Ci siamo già passati. «La vostra "destra normale" è una destra che perde».
Chi mendica l’approvazione dell’apparato avversario non diventa rispettabile. Diventa decorativo. Soprammobile istituzionale e da studio tv. E l’area di maggioranza è popolata da dhimmi culturali che la mela avvelenata l’hanno già in bocca, intenti a cercare di guadagnarsi un lasciapassare per mondi che non li accoglieranno mai, se non come comparse ridicole, utili idioti o vittime sacrificali.
Egemonia statale, parastatale, televisiva, editoriale, accademica, salottiera, mondana, industriale dell’intrattenimento: non poco, certo. Ma non abbastanza per vincere le elezioni, e più che a sufficienza per condurre all’inferno con l’aria di chi sta salvando la democrazia. Meloni non dimentichi perché è arrivata dov’è arrivata, e costringa gli alleati a fare lo stesso: non tentare di piacere ai professionisti del disprezzo, cestinare ogni invito del boia.
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