Pd, la diaspora dei riformisti. Madia lascia e va da Renzi
Da Karl Marx a Matteo Renzi: «Ben scavata, vecchia talpa». L’ultima impresa dell’ex presidente del Consiglio innervosisce lo stato maggiore del Pd: la deputata Marianna Madia lascia la Casa madre e trasloca nel gruppo di Italia Viva. Un abbandono che è frutto del lungo lavorio dietro le quinte del fu rottamatore: mettere in piedi la quarta gamba del campo largo, quella in grado di alterare il piano di Elly Schlein. L’esca che incanta la sinistra è Silvia Salis, la sindaca glamour che sfoglia la Margherita: «Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi». Il senatore fiorentino è stato il suo primo sponsor: «Silvia, c’è bisogno di te». Il talent scout si è riconosciuto nella prima cittadina di Genova: stessa sfrontatezza. Una sfida insidiosa per il campo largo, che suona come un avvertimento: vi condizionerò. In mezzo alla tempesta, in cerca di uno scoglio, si muove la minoranza dem. I riformisti hanno un dilemma: soccombere sotto i colpi della segretaria dem o tentare la fortuna altrove? Madia, che fu candidata da Walter Veltroni nel 2008 e giurò da ministra nel governo Renzi, ha deciso per l’addio, che era nell’aria da mesi. Agli amici di corrente ha mandato un messaggio di prima mattina: «Provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra. Sempre uniti dallo stesso obiettivo: liberare l’Italia da questo pessimo governo». Poi l’intervista a un quotidiano online: «Penso a un’area di riformismo radicale, in grado di entrare dentro i problemi reali delle persone e indicare soluzioni concrete».
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Il trasloco di Madia segue di qualche settimana quello dell’europarlamentare Elisabetta Gualmini, passata ad Azione. È l’ora della resa dei conti all’ombra del Nazareno, con l’incubo che si avvicina: le liste elettorali, la "mannaia" che Elly Schlein potrebbe usare per liberarsi definitivamente dei dissidenti. Il prossimo a sbattere la porta, a sentire i mal di pancia che si inseguono da settimane in Transatlantico, sarà il senatore Graziano Delrio. Un’altra celebrità: capogruppo a Montecitorio all’epoca di Nicola Zingaretti, e anche lui sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e poi ministro con Matteo Renzi. Il senatore di Reggio Emilia è finito dietro alla lavagna per aver proposto e poi votato con il centrodestra la legge sul contrasto dell’antisemitismo. Un’insubordinazione plateale che ha fatto infuriare i vertici. La lista dei delusi e degli spaventati è lunga e potrebbe ripercuotersi sui gruppi dem sia a Bruxelles che a Roma. Zero commenti ufficiali dai fedelissimi della segreteria dem; quello che traspare è un certo nervosismo.
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Lo scrive in un post l’influencer Lorenzo Tosa, vicinissimo alla coordinatrice Marta Bonafoni: «Madia se ne va? Un’ottima notizia». Poi la "scudisciata": «Speriamo che in molti seguano il suo esempio – a cominciare da Pina Picierno – e liberino il Pd da quell’odore di centrismo e moderatismo pavido, troppo spesso spacciato per riformismo». Un licenziamento in tronco: «Andatevene, se volete». Nel frattempo, la "talpa sorride": la trincea per scavare il campo largo è a buon punto. Si chiama Casa Riformista: è l’ultimo approdo di chi non vuole sottostare alla diarchia di Elly Schlein e Giuseppe Conte. La spiegazione gela i partner: «I riformisti vogliono costruire una casa diversa ma collegata e complementare al PD». Insomma il sequel, «Elly stai serena».
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