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Governo dei record, Bisignani: la sfida di Meloni e il cronoprogramma

L'analisi di Luigi Bisignani. La strada è obbligata: lavorare sulle riforme per crescere sempre di più

Luigi Bisignani
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Giorgia da record: secondo esecutivo più longevo della Repubblica, mentre l'orologio corre verso la fine della legislatura, magari anche anticipata. Eppure, mentre si moltiplicano guerre e aumentano i dazi, solo in Italia si polemizza sul caso Minetti, su Beatrice Venezi e sul padiglione russo del solerte Buttafuoco, smarrendo del tutto il senso delle priorità.

La sensazione è quella di una macchina governativa che stenta a ritrovare ritmo: il piano casa nell'ultimo Consiglio dei Ministri potrebbe essere un nuovo inizio.

Ma occorre una scossa: un primo nodo è il coordinamento tra ministeri. Ogni dicastero sembra muoversi lungo una propria traiettoria autonoma. Ne derivano sovrapposizioni, talvolta contraddizioni e spesso autogol mediatici come dimostrano le ultime schermaglie tra Matteo Salvini e Alessandro Giuli. Battibecchi che magari avrebbero potuto esse-re risolti in quei famosi “pre-consigli” in cui erano maestri nel passato sottosegretari del calibro di Giuliano Amato e Gianni Letta. Meno tweet, più concretezza.

 

Un secondo fronte riguarda le partecipate pubbliche. Più che leve strategiche, spesso somigliano a piccoli principati guidati da “imperatori delegati” che ne fanno centri autoreferenziali di potere. È possibile che figure come Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo, Agostino Scornajenchi, Fabrizio Palermo e Paolo Scaroni non vengano mai riunite attorno a un tavolo a Palazzo Chigi per indicare suggerimenti sull’energia come fa ad esempio Donald Trump?

Sul piano industriale, la questione si fa ancor più seria. Adolfo Urso, simpaticamente definito la “maglia nera” del Governo, dovrebbe finalmente concentrarsi sulla costruzione di una politica industriale integrata: immaginare, ad esempio, un grande polo della meccatronica e della difesa, capace di coordinare realtà come Leonardo S.p.A., Fincantieri, Acciaierie d’Italia e Ansaldo Energia.
Una semplice constatazione: oggi lo Stato non funziona come sistema. Sul fisco, poi, sbaglia bersaglio: spreme ciò che si muove (impresa e lavoro) e lascia quasi intatto ciò che non si muove, i patrimoni immobiliari. Così, si premia la rendita e si scoraggia l’innovazione: meno crescita, meno valore.

 

Anche qui le soluzioni non sono semplici, perché i problemi odierni sono il frutto di scelte sbagliate del passato; alcune affondano addirittura nel disegno del Costituente che, con l’impianto regionalista, avulso dalla tradizione italiana, nel modo in cui poi si è evoluto ha progressivamente indebolito lo Stato-amministrazione. Prima del 1970 lo Stato centrale, pur con i suoi limiti, funzionava: burocrazia solida, visione, capacità di costruire industria, produrre energia e realizzare infrastrutture. Con le competenze alle Regioni, il baricentro si è spostato senza risultati: oggi sono soprattutto «macro-Asl», con la sanità che assorbe circa il 70% dei bilanci, margini limitati di sviluppo e costi di apparato elevati.

L’idea è netta e rivoluzionaria: abolirle per liberare risorse da destinare a crescita e innovazione. A questo punto servirebbe un test di realtà: un sondaggio serio, magari affidato alla sensibilità analitica di Alessandra Ghisleri, per capire come reagirebbe davvero l’elettorato a un referendum costituzionale sulla loro soppressione.

Tornando alle vicende politiche contingenti, va detto come Meloni abbia costruito la sua leadership internazionale fondata su responsabilità e continuità. Ora quella stessa energia va tradotta all’interno del governo: cabine di regia più incisive, magari introducendo un consiglio di gabinetto con i ministri chiave, monitoraggio costante dell’attuazione, incentivi- e, quando necessario, sanzioni - legati ai risultati. Non è tecnocrazia, è politica nel suo significato più concreto. La sfida, però, non è solo italiana: nel confronto Stati Uniti–Cina, l’Europa rischia di restare una potenza regolatoria senza potere strategico. A Bruxelles serve ambizione: un campione tecnologico europeo - una sorta di “Palantir Technologies” in versione Ue- capace di integrare dati, difesa, IA e industria. Perché oggi la sovranità non si misura più solo nei confini, ma nelle infrastrutture digitali.

In questa prospettiva, il ritorno a un’Europa più politica diventa inevitabile. Dopo annidi paralisi dovute ai veti incrociati, sarebbe necessario riaprire con forza il tema del voto a maggioranza. Un’Unione Europea che vuole contare non può restare ostaggio dell’unanimità permanente. Tra Washington e Pechino, il futuro del Vecchio Continente dipenderà dalla capacità di evolversi verso un assetto più federale, capace di esprimersi con una sola voce su industria, energia, difesa e tecnologia.

I dati, del resto, lo confermano. E converrebbe soprattutto all’Italia, che è tra i Paesi meno cresciuti negli ultimi vent’anni. Emerge uno spaccato critico sulla spesa pubblica e sul ritorno effettivo degli investimenti, troppo spesso usati come sostituti delle riforme strutturali, sempre annunciate ma raramente realizzate.

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