25 aprile, il cartello antifascista in mano a due bambini
Mentre le piazze italiane si colorano per celebrare la Liberazione, tra la folla di un 25 aprile che dovrebbe essere festa di libertà e democrazia, spuntano due bambini. Li vedete anche voi? Non sventolano bandiere di pace, ma reggono un cartello che è un pugno nello stomaco: «Mio nonno ai fascisti sparava, non li votava». È un’immagine che cattura perfettamente il cortocircuito di una certa parte politica: usare l’infanzia come scudo per sdoganare un messaggio di morte, trasformando un evento storico complesso in una pericolosa istigazione allo scontro fisico.
Affidare a mani innocenti il richiamo alla violenza, seppur retroattivo, è un esperimento di indottrinamento spietato che preoccupa gli esperti. «A quell’età - si tratterebbe di bimbi tra i 6 ed i 10 anni - le parole vengono assorbite e ripetute, ma non ancora elaborate in modo critico. Quando un contenuto introduce riferimenti alla violenza o alla contrapposizione, il rischio è che venga interiorizzato in modo letterale, non simbolico. Inserire messaggi connotati da violenza non favorisce la comprensione, ma può contribuire a costruire precocemente modelli relazionali basati sullo scontro, prima ancora che sulla capacità di pensare, distinguere e dare senso alle esperienze», spiega la dottoressa Alessandra D’Alessio, psicoterapeuta, esperta di problemi dell’infanzia.
Ma anche la pedagogia parla chiaro: «Nella scuola primaria il bambino è in una fase in cui costruisce i primi riferimenti su cosa è giusto, cosa è sbagliato e su come stare in relazione con gli altri. Da un punto di vista educativo e pedagogico, è necessario interrogarsi sulla qualità dei messaggi veicolati nei contesti pubblici e sull’impatto che questi possono esercitare sull’immaginario infantile e sui processi di costruzione dei riferimenti valoriali», conferma la dottoressa Rosa Linda Gulino, pedagogista ed esperta di processi educativi.
C'è un’ironia amara in questa scena. Questi bambini manifestano in una democrazia che garantisce il diritto di critica più estremo, lo stesso diritto che i «nonni» del cartello hanno conquistato proprio per sostituire il fucile con la scheda elettorale. Da un punto di vista giuridico, sebbene l’articolo 604-bis del Codice Penale punisca l’istigazione all’odio razziale o etnico, la giurisprudenza tende a considerare queste frasi come «diritto di critica politica» garantito dall’art.21 della nostra Costituzione. Eppure, camminiamo su un filo teso: quando la propaganda supera la libera opinione per sfociare nell’elogio del sangue, si rischia l’apologia di reato, ben difficilmente sostenibile. Ma forse proprio per prudenza, quei genitori pavidi, hanno affidato il cartello a dei bimbi.
Ma il vero fallimento non è nel tribunale, è nella piazza: insegnare che al nemico politico si «spara» invece di «batterlo nelle urne» è la negazione stessa del 25 aprile. Chi oggi giustifica questo «romanticismo del proiettile» soffre di una cronica emiplegia morale: si condanna, giustamente, il fascismo, ma si tace sulle stragi compiute sotto l’egida della falce e martello, in un passato che è ancora tragico presente in troppe parti del mondo. Se il richiamo al «nonno che sparava» vuole essere un monito, forse, vista l’età dei bimbi, a proposito di nonni, sarebbe più logico che quei genitori ricordassero loro l’abisso della Cambogia del dittatore Pol Pot. Tra il 1975 e il 1979, i suoi Khmer Rossi sterminarono due milioni di persone, un quarto del loro popolo, in nome di un’utopia comunista, trasformando proprio i bambini in delatori e carnefici dei propri genitori.
E quell’odio per la cultura e per il dissenso non è un reperto archeologico. Vive ancora nelle parate coreografate della Corea del Nord, dove il culto di Kim Jong-un viene prima dell’alfabeto; sopravvive nel controllo capillare del pensiero unico nel regime di Pechino, nonostante la sua modernizzazione; resiste nella repressione sistematica a Cuba e in Vietnam. Lì, a differenza della piazza italiana dove quel cartello può circolare indisturbato, il dissenso non è ammesso: chi non «vota» come il regime vuole, sparisce. Proprio come l’epurazione etnica degli Istriani scomparsi nelle foibe, operata delle milizie del dittatore comunista Tito.
Insegnare a un bambino che la soluzione politica risiede nel mirino di un fucile non è «fare memoria», è avvelenare il futuro. La libertà che celebriamo oggi è quella che permette anche a chi espone quel cartello di non temere rappresaglie. Prima di celebrare chi sparava, dovremmo spiegare ai nostri figli che la democrazia è l’unico sistema che ci permette di convivere senza doverci uccidere. Altrimenti, quel cartello non è un omaggio ai nonni, ma un tradimento verso i nipoti.
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