Bisignani: il Conte romanzato. Le omissioni, l'ambiguità e quell'Opa sul Pd
Il Conte romanzato. "Meloni con Trump paga il metro del tradimento!", sentenzia Giuseppe Conte presentando il suo nuovo libro davanti al gotha del Partito Democratico, più allibito che scandalizzato. Ma di tradimento Conte non dovrebbe mai parlare. Basti pensare solo ai nomi più altisonanti, in ordine alfabetico: Guido Alpa, Luigi Di Maio, Beppe Grillo. In sintonia con Conte, Scarpinato e Cafiero de Raho - stanati da Il Tempo - "riscrivono" perfino la lotta alla mafia. La Rochefoucauld - aforista francese - il tradimento lo spiegava così: "Si condannano spesso i difetti degli altri per giustificare i propri". Il leader dei Cinque Stelle, ne "Una nuova primavera", tanto per cambiare fa di sé un’autocelebrazione con la pochette. Peccato il racconto sia costruito sulle omissioni. A partire dal curriculum "creativo" presentato inizialmente al Quirinale, poi ridimensionato quando divenne pubblico, con Alpa nel ruolo di sarto d’emergenza. Fino al nodo più delicato: il rapporto con l’intelligence, gestito direttamente da Conte e raccontato nel libro con un’ambiguità deliberata.
Alpa, non è un dettaglio. È lui che fa decollare Conte nel circuito universitario e in quello ben più redditizio della professione legale, soprattutto nel circolo quasi inaccessibile degli arbitrati milionari. Prima ancora, però, c’è un passaggio che il libro sfiora appena: l’entrée di Conte sulla scena politica, favorita dal grillino di primo pelo Alfonso Bonafede, mentre orbitava contestualmente nell’area della affascinante Maria Elena Boschi, nel tentativo di agganciare Matteo Renzi. Un dettaglio di quelli che spiegano più di molte pagine. Oltre ad Alpa, a "svezzarlo" fu l’ambiente ovattato di Villa Nazareth e il cardinale Achille Silvestrini, che accompagnava nelle trasferte oltreoceano. Poi Beppe Grillo, ridotto a reliquia. E Luigi Di Maio, prima utilizzato e poi archiviato. Giggino che lo porta a Palazzo Chigi diventa, nel racconto, quasi un ostacolo. Altre omissioni non sono affatto casuali. La vicenda dell’albergo del suocero, in piena pandemia: sparita, non citata, mai esistita. Poi c’è il potere. Quello vero. Approdato a Palazzo Chigi, Conte non lo distribuisce: lo concentra. Tiene per sé la delega ai servizi, nomina al Dis un amico di famiglia, Gennaro Vecchione, ribaltando ogni gerarchia e costruendo così un asse fiduciario che gli spalanca le porte in un mondo, quello dell’intelligence, dove ti fanno credere che tutto vedi e soprattutto tutto senti.
Attorno a questo perimetro si muove una macchina che Conte riduce a sfondo. Il "grande fratello" Rocco Casalino diventa comprimario. In realtà, è il regista dello storytelling contiano, e della sua comunicazione. Accanto a lui, figure meno esposte, ma decisive: Gerardo Capozza che gestiva le onorificenze e Mariachiara Ricciuti che, seguendo lo stile del capo, si affrancò poco dopo da Casalino. Nulla fu lasciato al caso: persino ogni ritardo contribuiva a costruire un’immagine. Il capitolo sul Covid è forse il più rivelatore. Conte arriva a evocare sé stesso in chiave quasi letteraria, sfiorando il registro epico. Emblematica la telefonata al produttore di ventilatori, raccontata come una scena eroica: "Me ne servono molti, il prima possibile, dobbiamo salvare il Paese". Una rappresentazione cinematografica che contrasta con una realtà fatta di italiani in attesa del Verbo davanti alla Tv, improvvisazioni, numeri drammatici. Il Superbonus, poi, diventa nel libro la prova definitiva della sua visione, anziché, come si è rivelata, una catastrofe per i conti dello Stato. Sul piano internazionale, il passaggio più delicato resta il caso del procuratore Usa Barr. Conte lo sfiora, lo alleggerisce, lo neutralizza. Ma resta un fatto: l’apertura ai vertici americani, nel pieno dello scontro tra Trump e Biden, con il coinvolgimento diretto del Dis e dell’Aise ha esposto il Paese a una dinamica interna agli Stati Uniti.
C’è poi il capitolo russo che l’ex premier non ha mai chiarito bene: in piena pandemia, il 21 marzo Conte parla con Putin. Il leader russo è disponibile ad un aiuto. Il giorno dopo, tredici aerei russi con 230 uomini - pochi medici, il resto tutti soldati - atterrano a Pratica di Mare. Un tempismo notevole. Forse troppo. E perché inviare militari? O militari camuffati da spie? La caduta del Conte II viene attribuita ai giochi interni. Ma quando cambia l’amministrazione americana, cambia anche il contesto. E certi interlocutori smettono di esserlo. Il resto è cornice. Non meno singolare è la disinvoltura con cui vengono riportate certe conversazioni istituzionali. La diplomazia vive di riservatezza. Trasformarla in materiale narrativo, o ancora peggio di propaganda, è una scelta che pochi interlocutori internazionali apprezzano. Il desiderio di costruire un "io" senza macchia finisce per incrinare qualcosa di più concreto: la fiducia. Se mai tornasse in posizioni istituzionali in pochi si fiderebbero a parlare ancora con lui. E poi c’è il capitolo sulle rivendicazioni personali. Conte arriva ad attribuirsi un ruolo nei primi voti a Sergio Mattarella. Una versione difficilmente sostenibile, che collide con un dato documentato: la raccolta di firme promossa da Primo Di Nicola, allora parlamentare del Movimento e firma storica dell’Espresso, ben prima che Conte ne rivendicasse la regia. Qui non si tratta più di omissioni, ma di attribuzioni creative. E, infine, la politica, quella vera. Una nuova primavera non è un memoir. È un piano. C’è una linea che il libro non esplicita mai, ma che emerge con chiarezza: Conte non sta provando a guidare una coalizione. Sta provando a riscriverla.
Il disegno è semplice: partire dal M5S e lavorare a una progressiva incorporazione del Pd. Non un’alleanza, ma una fusione. Una versione 2.0 del "predellino" di berlusconiana memoria. Il punto di arrivo è un partito nuovo, con una leadership nuova: la sua, naturalmente. E dopo aver snaturato il Movimento, ora tenta la carta più ardua: prendersi anche il Pd. Con buona pace di quella corrente interna - incarnata dal visionario Goffredo Bettini - e da altri dirigenti, da Andrea Orlando in poi, che continuano a scommettere su Conte, rischiando di fare la stessa fine di Alpa. Il passaggio decisivo saranno le primarie. Ma se la leadership del Partito Democratico dovesse indebolirsi, cambierebbe anche la domanda: non più se Conte possa collocarsi nel campo progressista, bensì se possa assumerne la guida. È qui che il libro smette di essere un racconto e diventa un progetto politico. Il paradosso finale è evidente: il campo in cui Conte oggi si muove è popolato da quegli stessi attori che nel libro vengono descritti come avversari. I "draghiani", l’establishment, l’area riconducibile a Mario Draghi diventano oggi interlocutori. Non è contraddizione, si risponderà ma adattamento. Alla fine, più che un leader, Conte appare come un interprete. Un trasformista della politica, capace di cambiare scena e copione con la rapidità di Leopoldo Fregoli. E forse proprio per questo il Pd dovrebbe interrogarsi su chi intende accogliere al proprio interno. Per capirlo, basterebbe chiedere a Di Maio, a Grillo e, perché no, anche a Salvini. Genio o opportunista? In Italia, spesso, le due categorie finiscono per sovrapporsi. In politica si può cambiare campo, tono e alleati; più difficile è cambiare la memoria. E quella, prima o poi, presenta il conto.
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