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Il reddito di cittadinanza mette d'accordo la politica: “Cancellarlo o cambiarlo”. Anche Di Maio “abiura”

Gaetano Mineo
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Un nuovo «patto» per il lavoro, meno tasse per restituire potere d'acquisto alle famiglie e c'è finanche chi propone niente tasse per gli under 25. Proposte per tutti i gusti lanciate a raffica in piena campagna elettorale dai leader politici dal palco del Meeting di Rimini per il tradizionale confronto dell'Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Su una cosa, tuttavia, la politica s'è manifestata unanime: il fallimento del Reddito di Cittadinanza. Un'ennesima certificazione arrivata finanche dal«padre» dello stesso RdC, l'ex grillino, Luigi Di Maio. rinnegando così la misura-simbolo della sua carriera politica e che l'aveva portato ad annunciare dal balcone di Palazzo Chigi abbiamo «abolito la povertà». E sponsorizza, di conseguenza, anche la norma che prevede le offerte di lavoro arrivino direttamente dalle aziende, senza passare quindi per i centri per l'impiego. RdC bocciato anche da Antonio Tajani, secondo il quale, «il principio è sbagliato» perché «lo Stato deve aiutare chi non può lavorare, ma mettere nelle condizioni chi può di farlo». Il coordinatore di Forza Italia, tocca anche il tasto fisco. «Vogliamo ridurre il fardello fiscale che pesa su ciascuno di noi, anche per restituire potere d'acquisto» alle famiglie. Quindi, per Tajani, la priorità è «meno tasse anche per permettere alle imprese di pagare meglio i propri dipendenti».

 

 

Enrico Letta, dal palco, non riesce a frenarsi, quando sente parlare di RdC: «Va cambiato, va cambiato in modo significativo sulla base dell'esperienza». Mentre sul fronte fiscale, per il segretario del Pd, «tutto ciò che possiamo mettere in termini di riduzione delle tasse nella prossima legislatura, va messo per ridurre le tasse sul lavoro, il cuneo fiscale, deve essere messo per rendere possibile al lavoratore di avere più soldi in busta paga e al datore di dare uno stipendio più solido di quanto sia oggi». Per Andrea Orlando, serve, invece, realizzare un patto che «tenga insieme tre cose: il tema dei minimi salariali, quello della riduzione del cuneo fiscale e il rinnovo dei contratti». Il ministro del Lavoro, ricorda che «il Pnrr mette in campo 4,5 miliardi di investimento sulle politiche attive». Giorgia Meloni, con naturalezza, entra nel cuore del vero problema del RdC. «Quello che è sbagliato - afferma la presidente di Fratelli d'Italia - è una cosa banale, aver messo sullo stesso piano chi può lavorare e chi non può farlo». Poi scandisce: «Io, tra stare a casa e prendere il reddito di cittadinanza e fare un lavoro diverso rispetto a quello per cui ho studiato, non ho dubbi». E ricorda di essere stata «insultata per aver fatto la cameriera». «Ma Dio solo sa se aver fatto la cameriera non mi abbia insegnato più di quanto mi abbia insegnato stare in Parlamento», conclude la Meloni.

 

 

In piena sintonia con la leader di FdI è Matteo Salvini. «Il 70% di chi ha cominciato a prendere il reddito di cittadinanza nel 2019 lo sta prendendo ancora adesso - dice il segretario della Lega - Coloro che sono abili al lavoro, al primo rifiuto perdono qualsiasi diritto. Nove miliardi di euro di costo in un anno, una parte di questi soldi potrebbe essere meglio reinvestita in chi prende l'assegno unico», conclude il capo del Carroccio. Di reddito di cittadinanza, non vuol sentir parlare neanche il deputato renziano, Ettore Rosato, in quanto è una misura «profondamente sbagliata». E ricorda la proposta di Italia Viva «che sotto i 25 anni per chi lavora non si paghino tasse, perché tanto oggi non ci sono entrate fiscali da quella generazione». Per il presidente del partito di Renzi, infine, «il vero pericolo non è il salario minimo basso ma il lavoro nero che abbonda non solo al Sud ma al Nord».

 

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