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Gli sprechi di Mario Draghi: compriamo il metano dagli Usa, ma in Italia mancano gli impianti

Ugo Pepe
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Il gas degli Stati Uniti potrebbe davvero sganciare l'Italia dalla storica e cronica dipendenza russa. La materia prima c'è e l'accordo in via di definizione tra Bruxelles e Washington, forse già oggi nel corso di un vertice con Joe Biden, che mira a sostituire il gas di Mosca con quello americano, lo dimostra. Il problema è semmai l'infrastruttura. Che in Italia non c'è. E, anche se si arrivasse a sottoscrivere un nuovo patto atlantico in chiave energetica, andrebbe risolto un problema tecnico di non poco conto, quello dei rigassificatori. Il gas, infatti, viene liquefatto al punto di partenza: il processo chimico-fisico prevede che la materia prima venga compressa fino a 138 volte per stivarne il più possibile nelle navi che poi viaggiano verso la destinazione finale. Qui, il metano viene lavorato nei rigassificatori per tornare al volume originale e immesso nella rete locale. In soldoni, a parità di massa, un liquido occupa meno volume rispetto ad un gas e quindi è possibile trasportarne una maggiore quantità in una sola nave.

 

 

Una volta arrivato a destinazione, i rigassificatori agiscono sul gas liquido variando temperatura e pressione in modo da riportarlo allo stato gassoso. I rigassificatori sono dunque la chiave di volta dell'indipendenza energetica e possono essere realizzati onshore oppure offshore, al largo delle coste marittime. A questo punto è lecito chiedersi, come è messa l'Italia? La risposta è, non benissimo. E il perché è presto spiegato. Oggi in Italia sono in funzione tre rigassificatori, che coprono il 20% del fabbisogno annuale di gas. Uno è onshore e si trova a Panigaglia, nella provincia di La Spezia. Gli altri due sono offshore e sono installati a Rovigo e a Livorno. Già nel 2006 il governo italiano si era impegnato nella realizzazione di rigassificatori per ottenere una maggiore indipendenza energetica dai fornitori. Ma ad oggi nulla è stato completato e, comunque il progetto, che prevedeva undici rigassificatori, non tiene il passo con altri Paesi che si sono attrezzati molto più rapidamente. Meno male, però, che qualcuno al governo si è svegliato.

 

 

Nei giorni scorsi il ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha dato la sveglia proprio sui rigassificatori. «Ne abbiamo tre che vanno al 60% della loro capacità di esercizio e possono essere a breve portati a una efficienza superiore quindi produrre più gas. Dopodiché già per metà di quest'anno installeremo un primo rigassificatore galleggiante», ha annunciato, chiarendo come il governo ha già dato mandato a Eni e Snam di sondare il mercato per trovare una nave metaniera da adibire a rigassificatore. L'impianto accennato dal ministro potrebbe essere simile al rigassificatore di Olt, ancorato al largo di Livorno: si tratta di una nave metaniera che può rigassificare 3,75 miliardi di metri cubi all'anno. La società che la controlla è partecipata al 49% da Snam e al 48,2% dal fondo australiano First Sentier Investors, mentre il 2,69% è della società di shipping Golar Lng, che ha fornito la nave.

 

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