Quant’è attuale la frase del camaleontico Talleyrand,ripesa in seguito da Giulio Andreotti “ il potere logora chi non ce l’ha”. E se il potere è legato alla politica e alla poltrona,non solo logora, ma tiene incatenati in una morsa da cui difficile se non impossibile liberarsi. Perché quando il Presidente del Consiglio Mario Draghi,categorico, "esclude" un rimpasto di Governo e un suo impegno in politica, neppure "come federatore di un'area di centro", non ne siamo poi così convinti?
Perché quando ringrazia ironicamente coloro che "con sollecitudine straordinaria" si adoperano per trovargli ruoli futuri, smarcandosi con un "io, se lo decidessi, un lavoro me lo trovo anche da solo", ne siano convinti ancora meno?
Semplicemente perché la storia ci insegna che tutti coloro che hanno dichiarato di riuscire a fare a meno della politica hanno puntualmente smentito loro stessi.
Basta fare un passo indietro secolare, per ricordare la storia del dittatore Cincinnato che concluso il primo mandato da console si ritirò in campagna a fare il contadino ma a causa della guerra fu implorato dai senatori di tornare.
A Roma le emergenze si trattavano così, sospendendo la democrazia e nominando un dittatore con pieni poteri. Accettò e tornò dittatore. Ieri c’era la guerra ed oggi l’emergenza pandemica. Dal 450 A.C ad oggi nulla è cambiato e Mattarella dopo aver più volte ribadito che non avrebbe accettato un secondo mandato lo ritroviamo sullo scranno del Quirinale. La storia si ripete.
Lo scettro di campione del “mollo tutto”, se lo contendono due big della politica della seconda repubblica: Walter Veltroni, dato per anni in partenza per l’Africa e Matteo Renzi che vanta l’aver pronunciato per ben 30 volte la parola dimissioni e 4 volte quelle in cui ha ventilato la possibilità di "cambiare mestiere". Partiamo dalle parole di Veltroni: “Non so quanto tempo mi impegnerà l’incarico di sindaco. Ma comunque a un certo punto finirà e invece di diventare uno di quei politici per i quali si cerca un posto in un consiglio di amministrazione, vorrei dedicarmi alla questione dell’Africa”. Era il 2001 e per la prima volta Walter Veltroni faceva cenno al Continente nero.
Veltroni lascia la poltrona di primo cittadino di Roma dopo 7 anni. Il suo mandato, infatti, è iniziato il 1º giugno del 2001, e si è concluso nel 2008, dopo essere stato rieletto per la seconda volta nel 2005. Il segretario del PD, per poter liberamente partecipare alle elezioni politiche anticipate, rinunciò al suo incarico di sindaco.
Il sogno africano poteva aspettare.
Il richiamo di Palazzo fu più forte del ruggito del leone della savana . Il secondo contendente, colui che con un colpo da maestro è riuscito a bruciarsi il 40% dei consensi e posizionarsi ad un 3% inamovibile, il 22 Maggio del 2016 rilasciò questa dichiarazione al Messaggero: "Io non sono come gli altri. Io se perdo vado a casa perchè non resto se gli italiani bocciano la riforma più importante del mio mandato”.
A seguire altre dichiarazioni tipo: “Se perdo il referendum, mi dimetto il giorno dopo e torno a fare il libero cittadino". “Se non passa il referendum costituzionale la mia carriera politica finisce.Vado a fare altro”.Parole costate carissime all’ex Premier Renzi, che perse il referendum, la faccia, ma non la poltrona.
Arriviamo all’avvocato del popolo prestato alla politica, il Conte nazionale,che non riesce a rassegnarsi all’idea di lasciare il Palazzo neppure oggi che gli viene contestata dai magistrati la legittimità del ruolo che riveste, quale Capo politico del Movimento. Alla fine del Conte-bis, fallita la compravendita di senatori per la nascita del Conte-ter, l’ex Premier dichiarò granitico : “Non lavorerò ad un altro governo, la mia esperienza termina con questo”.
Lodevole il suo tentativo di tornare a ad occupare la cattedra universitaria abbandonata per salvare il Paese dalla Pandemia. Peccato che abbia resistito molto poco lontano dal Palazzo. A differenza di Ulisse che si fece legare ad un palo per non cedere al canto delle sirene, Conte alle sirene della politica non oppose alcuna resistenza tornando più carico di prima.Questi precedenti ci fanno apparire le dichiarazioni del Premier Draghi poco convincenti e lontane da una verità che lo vedeva ambire a ricoprire il ruolo più alto della politica,ritenendo quello che riveste oggi,un passaggio obbligato per ottenerlo. Le cose non sono andate secondo i piani ma conoscendone la cifra e la tenacia, l’unica dipartita del Premier da Palazzo Chigi, la prevediamo solo per traslocare al Quirinale. Ai posteri l’ardua sentenza.
