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Cosa succede con Draghi al Quirinale, scatta il panico nel partito del non-voto

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Molte le incognite ancora in campo per consentire ai partiti di prevedere in questa fase cosa accadrà durante le votazioni per l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Tanto più dopo la confermata indisponibilità a un bis di Sergio Mattarella. Incognite, ma soprattutto tatticismi tipici della fase pre-elezione, che rendono difficoltoso alle forze politiche stabilire sin da ora una strategia, con tanto di contromosse nel caso sia necessario un ’piano B’. Questo non significa che i leader non siano già in fermento, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Il pallottoliere viene già compulsato e, ad ora, l’unica certezza è che né il centrodestra né tantomeno il centrosinistra, compresi i 5 stelle, possono riuscire da soli ad eleggere il proprio candidato. Ma sarà necessario coinvolgere in un eventuale ’patto' anche le cosiddette forze ’minori', a partire da Italia viva, e soprattutto l’area di centro, che potrebbero giocare il ruolo di ago della bilancia.

 

Ma il primo nodo da sciogliere, che a dire di varie fonti sia nel centrosinistra che nel centrodestra risulta essere determinante per qualsiasi scenario, è cosa intende fare Mario Draghi: restare a palazzo Chigi almeno fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023 o ambire al Colle più alto? Finchè dall’ex governatore della Bce non arriverà un ’segnalè, è opinione predominante nei palazzi della politica, sarà difficile stabilire le singole mosse da mettere in campo. Di certo ad oggi ci sono le parole pronunciate ufficialmente da Draghi nelle varie conferenze stampa in cui gli è stata posta la domanda diretta: «È abbastanza offensivo nei confronti del presidente della Repubblica in carica iniziare a pensare in questo modo», ha replicato a chi gli chiedeva della sua candidatura al Colle avanzata banche da alcuni ministri. 

 

Intanto è già partito da settimane il totonomi: le ipotesi che circolano spaziano da Gianni Letta e Pier Ferdinando Casini a Marcello Pera (nomi su cui potrebbe convergere il centrodestra), e poi Giuliano Amato e la titolare di via Arenula Marta Cartabia. Poi c’è il nome di Silvio Berlusconi, anche se non c’è al momento una candidatura ufficiale. Sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni la ritengono una ipotesi plausibile, che senz’altro sosterrebbero. Che nei desiderata del Cavaliere ci sia il Colle non è del resto un mistero. Ma al centrodestra, se compatto, comprese le forze minori di centro, mancherebbero almeno una cinquantina di voti sui complessivi 1008 grandi elettori. Nelle prime 3 votazioni a scrutinio segreto serviranno i 2/3 dei voti dell’Assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta, pari a 505. Il centrodestra sulla carta può contare su almeno 450 voti, mentre il centrosinistra (M5s compreso) partirebbe da un minimo di 420 voti, che salgono ad almeno 460 se si considerano anche i renziani.

 

A risultare il ’partito' prevalente, al momento, è quello del non voto. Ovvero, nessuna soluzione che comporti la fine anticipata della legislatura. È una linea che accomuna i gruppi parlamentari di diversi partiti (anche se la posizione ufficiale del centrodestra è andare al voto dopo l’elezione del successore di Mattarella). Fratelli d’Italia si è detto pronto a sostenere la candidatura di Mario Draghi al Colle purché si torni subito alle urne. Anzi, la stessa Giorgia Meloni, all’indomani delle amministrative, ha rivolto proprio al segretario dem Enrico Letta una sorta di appello-’provocazione': eleggiamo Draghi quale successore di Sergio Mattarella e poi si vada subito a elezioni. Proposta finora caduta nel vuoto. Sulla ’partita' Colle nel centrodestra albergano sensibilità diverse: sulla carta la posizione ufficiale, sancita anche nell’ultimo vertice a tre e messa nero su bianco in una nota congiunta, è di convergere compatti su una figura di riferimento, di area, convinti che per la prima volta il centrodestra abbia i numeri per prevalere sull’eventuale candidato di centrosinistra. Qualora questa figura dovesse essere Berlusconi, tutto il centrodestra voterebbe a favore del leader azzurro. Questo il ’piano A', quello ufficiale.

Poi ci sono varie posizioni: per Giancarlo Giorgetti, ad esempio, Draghi dovrebbe andare al Quirinale e da lì esercitare un semipresidenzialismo de facto. Ipotesi che ha suscitato una levata di scudi, soprattutto dei costituzionalisti, ma anche del leader leghista. Il quale, nelle scorse settimane, aveva definito quella di Draghi una candidatura più che autorevole.

Oggi Salvini preferisce una posizione più diplomatica e cauta: «Di Quirinale parliamo a gennaio, io non tiro per la giacca Draghi, Mattarella, Berlusconi. Chi pensa di tirare per la giacca Draghi, Mattarella o chiunque altro manca di rispetto all’istituzione del presidente della Repubblica», ha detto, per poi aggiungere: «Stiamo lavorando per avere un Presidente che non sia proprietà del Pd ma rappresenti tutti». Berlusconi ha sempre sostenuto l’importanza che Draghi resti a palazzo Chigi almeno fino al 2023. Quanto al centrosinistra, nel Pd vige l’imperativo, dettato dal segretario, che di Quirinale si parla a gennaio. Linea ribadita anche oggi: «Non dirò nulla fino a gennaio, poi tutti sono liberi di fare cosa vogliono, ma penso che sia una cosa molto saggia concentrarsi sulle cose da fare che sono tantissime» come «l’uscita dalla pandemia e il taglio delle tasse sul lavoro». Per Letta «quello che accade in questi giorni è solo un chiachiericcio che distrae dalle cose importanti». Del resto, «non ho mai visto in questi decenni il Presidente della Repubblica scelto con mesi di anticipo». Chi invece si espone è il governatore dell’Emilia Romagna: «Se Mario Draghi sarà il candidato di tutti sarà un onore poterlo votare o applaudire perché sarebbe sicuramente un grande presidente. Ma egoisticamente dico che mi piacerebbe averlo fino a fine legislatura come presidente del Consiglio», spiega Stefano Bonaccini. Infine, M5s e Renzi.

Per il Quirinale ci «sarà una scelta condivisa. Vogliamo una persona di grande profilo morale», ha detto il leader pentastellato Giuseppe Conte all’ultima assemblea dei parlamentari. Detto questo, Conte ha spiegato più volte di non avere «nessuna preclusione per Mario Draghi al Quirinale». Ma per l’ex premier «l’obiettivo prioritario è la realizzazione del Pnrr per il quale ci siamo strenuamente battuti» e di conseguenza «la via prioritaria è che Draghi rimanga a Palazzo Chigi». E, comunque, anche se Draghi dovesse essere eletto al Colle, ciò non comporterebbe l’automatismo del voto anticipato, ha chiarito. «Chi farà il presidente della Repubblica lo deciderà il Parlamento nel mese di febbraio», ha tagliato corto Matteo Renzi nei giorni scorsi, convinto del fatto che «i nomi che vengono fatti ora per il Quirinale vengono bruciati», mentre quelli ’veri' usciranno fuori solo all’ultimo momento. Il leader Iv, in ogni caso, è consapevole che i suoi 16 senatori e 27 deputati potranno risultare determinanti nel segreto dell’urna. 

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