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La «grande ammucchiata» alla prova delle urne dopo i regali ai tecnici di Draghi

Gianluigi Paragone
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Oggi alle 15 si chiuderanno le urne e sapremo chi guiderà le città chiamate al voto, chi avrà vinto e chi avrà perso. Ognuno di noi raccoglierà quel che ha seminato negli ultimi anni o soltanto nelle ultime settimane di campagna elettorale: la politica non è una sfida oggettiva, nel senso che vive di umori e di sensazioni che possono cambiare anche nel giro di pochi giorni o di poche ore. È stata una campagna elettorale stanca, che ha vissuto più nelle viscere della città che su stampa e tv. Nessun candidato si è sottratto dal misurarsi con la gente, coi cittadini. Non fosse altro perché qui le preferenze contano e occorre metterci la faccia. Per questo trovo assurdo l’atteggiamento di chi poi regala ai tecnici ciò che è costato impegno, sacrificio, soldi, confronti e scontri.

 

 

Penso al terzo governo di questa legislatura, il governo Draghi, sostenuto da una maggioranza così larga da far scomparire ogni distinzione. Il governo Draghi coi suoi ministri tecnici - dalla Lamorgese a Daniele Franco, da Cingolani a Colao, dalla Cartabia a Giovannini - neutralizza le identità dei partiti (già abbastanza scolorite, a onor del vero) e soprattutto ne ribalta l’impegno con gli elettori. In questa campagna per le amministrative gli scontri centrodestra/centrosinistra sembravano simulazioni di wrestling perché dal Green Pass al Pnrr la convergenza parlamentare è identica. La scarsa passione che ormai le persone hanno verso la politica viene ulteriormente messa alla prova dalla arrendevolezza nei confronti dei tecnici, considerati "più bravi" solo perché così viene deciso a priori. Che il governo Draghi sia "il migliore" è tutto da dimostrare, sebbene viva di relazioni e sfugga ad un vero tagliando elettorale. Al check ci stanno andando i partiti e i rispettivi leader, i quali però sono figurine nelle mani dell’ex banchiere centrale. Addirittura a Siena, Letta ha tolto ogni riferimento al Pd. E Conte giochi partite di rimessa, eccetto Roma.

 

 

Il pendolo delle amministrative oscillerà quindi tra chi è dentro il Sistema draghiano e chi ha scelto di starne fuori: alla Lega sono le scelte del governo con Speranza, Letta, Di Maio e la Lamorgese a far perdere consenso, non il caso Morisi. È il tradimento della predicazione anti-sistema. È la vigliaccata di un Green Pass che discrimina cittadini e lavoratori; è la consegna della nostra economia alla Unione Europea e ai grandi gruppi, dalle multinazionali alle banche. La campagna per la guida delle città ha vissuto la contraddizione di chi doveva giustificarsi per il fatto di governare a Roma con gli avversari, tutti complici della scarsa sicurezza, dei troppi immigrati, del caro bollette, del ritorno delle cartelle esattoriali e via dicendo. La vera sorpresa dunque sarà nel vedere quanti di quelli che si sono nascosti ai sondaggisti andranno a votare, non fosse altro per mandare un segnale. Tra i mercati e le periferie ho avvertito un certo nervosismo per gli effetti della grande ammucchiata. Vediamo cosa ci diranno le urne.

 

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