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L'Italia torni a essere libera. Il governo gioca ancora al rinvio: non è più accettabile

Franco Bechis
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Torna questa settimana il tormentone del coprifuoco, che per tanti che su quegli orari lavorano non è affatto una bazzecola. Ma ancora una volta il governo di Mario Draghi sarà diviso, con il centrodestra e forse Italia Viva che vorrebbero farlo saltare o comunque allungare da subito mentre Pd, M5s e la componente più vicina al ministro della Salute, Roberto Speranza, che ancora una volta frenano e vorrebbero aspettare altri 10-15 giorni. Dopo tante restrizioni non sarà un giorno in più o uno in meno a fare la differenza, ma non è più accettabile il giochino del rinvio indeterminato che sembra avere contagiato più del virus stesso. Perché più di un orario più esteso per la sera questo Paese ha bisogno di un orizzonte che la classe politica dirigente sembra volere negare: quello di un ritorno alla normalità. Il coprifuoco è un simbolo, perché è una misura che evoca un paese in guerra o soggiogato da un regime dispotico. E proprio quel simbolo dice che gli italiani hanno bisogno di sentire qualcuno - chi guida l’Italia in questo momento - parlare della fine della guerra. 

 

Non sto a discutere della drammaticità dell’ultimo anno e della pericolosità del virus: l’ho vissuta nella mia famiglia, e una settimana fa il Covid mi ha tolto una presenza tenera e decisiva come quella di una mamma che fino a Pasqua stava benissimo e non conosceva manco cosa fosse una influenza. Con le mie sorelle ci siamo chiesti in ogni modo come avesse potuto contagiarsi: non faceva nulla, se non qualche volta (spesso ci pensavano le figlie) la spesa sotto casa. Una cosa necessaria, fondamentale per vivere: e infatti nessun esercizio alimentare è mai stato chiuso nemmeno durante il lockdown più duro dell’anno passato. Immaginiamo che lì sia accaduto, avendo saputo del ricovero ospedaliero della famiglia di commercianti da cui acquistava qualche verdura.

 

È una storia personale, che però dice che non c’è stata mai nemmeno nelle più dure restrizioni una barriera efficace contro il virus. Sono i governi che hanno scelto cosa era più o meno necessario, quale attività economica potesse essere sacrificata e quale no. Ovvio che mangiare è essenziale, ma anche altre attività non permesse come la cura del corpo e del fisico potrebbero esserlo. E altre invece concesse (come la produzione di questo o quello) certamente lo erano assai meno. Se invece la si vede con l’occhio di chi intraprende e chi riceve uno stipendio da quella impresa, tutte le attività sono necessarie allo stesso modo. Ma non lo sono state. Le decisioni prese dal governo precedente e anche da quello in carica si sono rivelate assai contraddittorie: nel dire questo sì e questo no ci sono state ragioni di rilevanza economica (la grande impresa doveva restare aperta, quella piccola anche no), ma talvolta ragioni di natura etico-ideologica.

 

Sono queste ultime a fare venire un brivido, perché non vorremmo che questo anno abbondante di tragedia ci lasci in eredità grazie alla non brillantissima classe dirigente che abbiamo uno Stato etico, che sarebbe fra le principali sciagure che questa pandemia avrebbe portato con sé. Ne scorgo traccia soprattutto nella mia generazione ormai anziana, e in quelle che l’hanno preceduta anagraficamente, per le ripetute accuse mosse in questo tempo ai giovani per la loro continua ricerca di libertà anche su piccole cose che possono apparire non così importanti. Si è puntato il dito contro di loro quando hanno voluto divertirsi o respirare un po’, e lo hanno fatto provando a recuperare anche quella socialità perduta in modo pesante e troppo presto. La cosa più naturale del mondo (siamo stati giovani e lo sappiamo bene), che porta sempre a qualche dito indice puntato: «gli assembramenti!», «gli apertivi», e la scorsa estate «le discoteche!».

Lo so che alla classe dirigente - e tanto più a quella benestante, chic e di sinistra - danno fastidio quegli assembramenti, disturbava il pub vicino a casa aperto fino a tarda ora. Lo so che una mamma o un papà per non stare in ansia vorrebbero il figlio a casa e se proprio deve uscire, di ritorno non nel cuore della notte. Ma una cosa bisogna pure dire: quella libertà è stata nostra alla loro età, ed è un loro diritto recuperare. Soprattutto mai è stata davvero un pericolo per noi. Lo dicono, scappa di bocca anche a qualche virologo. Ma non è vero.

 

Lo scorso anno abbiamo visto nei numeri una cosa: con le temperature che si alzano e consentono una vita anche sociale per lo più all’aperto, il virus non è circolato. A quest’epoca era già riaperto tutto, nessuno era obbligato ad indossare mascherine all’aperto, non c’era una sola fiala di vaccino somministrata, eppure non è accaduto nulla. Talmente nulla da avere illuso autorevoli luminari della medicina a dichiarare clinicamente morto il contagio e il ministro della Salute - Speranza - a scrivere un libro per spiegare come era riuscito insieme al governo a sconfiggere il coronavirus. Con i ragazzi assembrati davanti ai locali fino a tarda notte, con tutti liberi di muoverci, con le mascherine da usare solo al chiuso e nessuno vaccinato i numeri dei contagi sono stati davvero irrilevanti. Per tutta l’estate. Sì, qualche contagio è arrivato alla fine da chi aveva esagerato in discoteca magari cercando di agganciare qualcuno o qualcuna con cui ovviamente non sono state mantenute le distanze.

Ma anche questi numeri sono stati bassissimi, non bisogna distorcere la verità.

La seconda ondata del virus è nata e cresciuta dalla decisione del governo di riaprire senza alcuna sicurezza le scuole, che sono state il motore assoluto del contagio. Fra zero e 19 anni il virus è cresciuto fra il 28 agosto 2020 e il 5 maggio 2021 di oltre il 6 mila per cento. Più del triplo di qualsiasi altra fascia di età. Fra i 70 e i 79 anni è cresciuto dell’838,57%. Fran gli 80 e gli 89 anni del 490,55%. Oltre i 90 anni del 345,35%. Numeri che inchiodano le bugie fatte circolare: i giovani non si sono mai contagiati assembrandosi all’aria aperta, ma la scuola è stata una ecatombe. Ed è falso che poi abbiano contagiato i nonni mettendoli a rischio: i numeri dicono il contrario, e i ragazzi i nonni semplicemente non li hanno più visti.

È la vita autorizzata dai governi che ha creato i disastri, non qualche boccata di libertà che giustamente qualcuno ha voluto prendersi. Ora che siamo in gran parte vaccinati quell’orizzonte deve essere a portata di mano: la libertà va restituita a tutti. Non oggi? Domani. Ma senza scuse false e ridicole.

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