Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Soldi, favori e 'ndrangheta. Il Pd toscano travolto dal fango mafioso

Francesco Storace
  • a
  • a
  • a

Il Pd toscano non può certo strillare alla macchina del fango. Che semmai ha messo in azione – il fango e non la macchina – con un’azione criminale che vede la ‘ndrangheta protagonista assieme a lorcompagni in una serie incredibile di illeciti sui rifiuti con affari immondi. Si sono mobilitati – dicono gli investigatori - con le bande che facevano parte della cosca di ’ndrangheta del Grande Aracri e del clan Gullace, pezzi grossi della regione. Il capo di gabinetto dei due presidenti Enrico Rossi prima e Eugenio Giani poi, Ledo Gori, il consigliere regionale del Pd Andrea Pieroni, il dirigente regionale Edo Bernini, e persino la sindaca del comune di santa Croce sull’Arno, Giulia Deidda, che si dava da fare con l’associazione conciatori.

L’ordinanza della Gip del Tribunale di Firenze Antonella Zatini è durissima e arriva a descrivere minuziosamente nelle sue 80 pagine quanto è accaduto in Toscana. Come si è asservita agli affari la macchina istituzionale. I soldi che sono passati da una tasca all’altra. Le manovre per convincere il neogovernatore Giani, non indagato, a non rimuovere i dirigenti utili alla causa (sporca).

C’è anche un passaggio da ridere se non fossimo di fronte a uno scandalo. Riguarda il consigliere indagato per corruzione, Pieroni. Nel giugno del 2020 la Toscana cambia una legge regionale del 2006 in materia di scarichi e di restituzione delle acque e lo fa con un emendamento presentato dal consigliere regionale Andrea Pieroni (Pd). Ma l’esponente politico, di quelle modifiche, che intervengono sul trattamento e la gestione dei rifiuti industriali, quindi anche delle concerie, «non conosceva e comprendeva neanche il contenuto tecnico», dicono gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta della procura distrettuale antimafia di Firenze. L’emendamento glielo aveva scritto il suo mandatario elettorale, l’avvocato lucchese Alberto Benedetti, pure lui finito sotto inchiesta. 

In cambio dell’emendamento, Pieroni avrebbe ricevuto un contributo (quantificato in 2/3 mila euro) da utilizzare per le elezioni regionali che si sarebbero svolte di lì a qualche mese. La nuova legge regionale (la numero 32 del 2020), modificata nei commi 1, 6 e 8 dell’articolo 13 bis, avrebbe portato vantaggio al consorzio Aquarno – di cui Benedetti era consulente, si scrive nell’ordinanza – «sottratto dall’obbligo di sottoporsi alla procedura di autorizzazione integrata ambientale (Aia), con l’espediente di escludere l’impianto da quelli facenti parte del servizio idrico integrato». 

Coinvolto anche il direttore del settore Ambiente e Energia Edo Bernini. Poi, il gravissimo capitolo riguardante «Ledo Gori, capo di gabinetto del presidente della regione Toscana uscente Enrico Rossi, e quindi con contratto dirigenziale a scadenza, per il compimento di futuri atti contrari ai propri doveri di ufficio».

In particolare, scrive il gip, «veniva formulata la promessa a Ledo Gori di utilità di carriera, consistita nel fatto che sarebbe stato riconfermato nel suo incarico dirigenziale anche con il nuovo presidente eletto».

Promessa che consisteva nell’impegno del «sodalizio criminale» a richiedere esplicitamente, con il supporto della «sodale Giulia Deidda sindaco di Santa Croce, al candidato presidente Eugenio Giani, prima, e poi una volta eletto, al medesimo Giani come nuovo presidente della regione, di rinnovare a Ledo Gori l'incarico di capo di gabinetto, con contratto dirigenziale di circa 100 mila euro annui». La richiesta veniva formulata a Giani già in corso di campagna elettorale in una cena nel marzo 2020 e in successive visite elettorali nel comparto industriale conciario, «essendo il Gori loro uomo di fiducia e gradimento, tanto che la nomina veniva effettivamente conferita» allo stesso «il giorno successivo alla proclamazione di Eugenio Giani presidente della Regione Toscana».

Tra le prodezze attribuite a Gori anche una molto significativa: «Indice e partecipa a riunioni, anche a cene e incontri riservati con i membri del sodalizio, per raccogliere le loro sollecitazioni e prospettazioni funzionali a sottrarsi a controlli di Arpat e a impedire o bloccare la procedura di rilascio dell’Aia, come era stata invece richiesta dai dirigenti dell’ufficio Ambiente della Regione Toscana, procedura che avrebbe costretto il consorzio Aquarno a esplicitare effettivamente l’entità dei propri impatti ambientali».

Ma non solo: «Gori si attivava per raccogliere contributi finanziari in favore del presidente uscente della Regione Rossi Enrico, facendo chiaramente intendere in tale contesto, durante un pranzo conviviale in cui aveva coinvolto il Rossi, di essere a disposizione dei conciatori per le loro esigenze con riguardo ai rapporti con l'ente regionale e a cui proferiva espliciti ringraziamenti per essersi attivati per il rinnovo della sua carica di capo di gabinetto, riconoscendo il loro ruolo per la nomina ricevuta, avendo costoro fatto esplicita richiesta in tal senso al presidente eletto Eugenio Giani, già in corso di campagna elettorale». E per i suoi traffici, una consistente mano d’aiuto a Gori la diede, secondo gli inquirenti, proprio la Deidda.

Ma le porcherie di questa storia sono davvero tante nell’ordinanza della dottoressa Zatini e le reazioni sono scarse da parte del Pd. Si registra la revoca della delega al capo di gabinetto da parte del governatore Giani, che però rifiuta di commentare l’inchiesta in corso, e il solito «fiducia nella magistratura» da parte della segretaria regionale del partito, Simona Bonafé. Neanche una parola di scuse ai cittadini.

Durissime le opposizioni. Fdi interviene con Giovanni Donzelli per denunciare «una regione in balìa delle bande». Per il deputato della Lega Edoardo Ziello, «è gravissimo che tra le persone coinvolte nella maxi operazione antimafia in Toscana per diverse attività criminali riconducibili alla ’ndrangheta, con accusa di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, ci sia anche Ledo Gori, capo di gabinetto del presidente della Regione».

Aggiunge Manfredi Potenti, anche lui deputato leghista: «Se c’è qualcosa che irrita fuori misura è il silenzio di quanti fino a ieri impartivano lezioni e facevano la morale agli altri: le spiegazioni sono un dovere. La Toscana resti libera dalla ’ndrangheta». 

Dai blog