Continua il grande rebus dei dati epidemiologici in base a cui si danno le pagelle alle Regioni. Gli ormai famosi 21 indicatori in virtù dei quali vengono assegnate le zone gialle, arancioni e rosse. E che corrispondono a misure più o meno restrittive. I dati, elaborati dall’Istituto superiore di sanità e dalla Cabina di regia, se presi singolarmente, sono chiari. Ciò che resta ancora oscura è la sintesi che viene fatta di questa grande mole di dati. Quello che gli esperti dell’Iss e del ministero della Salute chiamano «l’algoritmo». In base al «monitoraggio» settimanale reso pubblico ieri, infatti, ci troviamo di fronte a Regioni che rischiano di passare da gialle ad arancioni. E altre, con gli stessi parametri e la stessa valutazione del rischio, che restano gialle.
Il caso più emblematico è quello della Campania. Il presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, ha detto che non ha motivo di credere che i dati arrivati non siano attendibili. Ciononostante, tecnici del Ministero sono stati inviati sul territorio per appurare eventuali criticità e capire se ci sono dei dati che sono stati tralasciati. Colpisce, infatti, che proprio nella Regione dove il suo governatore voleva chiudere tutto, lo Stato non ha ritenuto opportuno di adottare misure più dure.
Il monitoraggio che va dal 26 ottobre al 1° novembre è l’ultimo ritenuto «consolidato». È quello in base a cui altre 5 Regioni sono già diventate arancioni: Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana e Umbria. Questo report, però, assegna anche lo stesso livello di rischio a Campania e Lazio. Eppure, la prima sta per salire di colore, mentre la Regione di Zingaretti resta gialla. Una differenza, però, c’è. È l’indice Rt, l’indicatore che misura il tasso di contagiosità. In Campania è pari a 1.64, vicino alla media nazionale di 1.7, livello considerato critico. Nel Lazio, invece, è di 1.2, quindi ancora relativamente basso. La situazione negli ospedali laziali, però, non è affatto tranquilla. I reparti scoppiano, eppure l’indice resta basso. Come se i contagi fossero pochi, ma molto più gravi che altrove. Tra l’altro l’Abruzzo - da ieri «arancione» - ha un «Rt» di 1,51, più basso di quello campano. E la «rossa» Calabria lo ha ancora più basso, pari a 1,41. Per non parlare di quello dell’arancione Liguria: 1,37.
Questo indicatore, infatti, da solo non basta a far peggiorare la valutazione complessiva. Il tasso di occupazione dei posti letto delle terapie intensive, infatti, è pressoché lo stesso: 23% in Campania e 20% nel Lazio (è bene che questa percentuale resti sotto il 30%). Lo stesso dicasi per l’occupazione delle aree mediche: 31% Campania e 34% nel Lazio (il livello da non superare è il 40%). In entrambi i casi si ritiene che il rischio di sforare la soglia critica sia del 50%. Si potrebbero elencare anche altri indicatori, meno importanti, ma il risultato resta lo stesso. Ovvero, sia in Campania che nel Lazio la «classificazione del rischio» è giudicata «moderata con probabilità alta di progressione a rischio alto». La stessa classificazione complessiva del rischio di Marche e Molise che restano gialle, e la stessa di Emilia Romagna e Veneto che invece l’Iss vorrebbe far diventare arancioni.
In definitiva, ciò che non è ancora stato spiegato è l’operazione con cui vengono considerati i dati globalmente. Il cosiddetto algoritmo, appunto. Qualche giorno fa il premier Conte aveva assicurato che nel decreto Ristori bis sarebbe stata inserita una norma che avrebbe contribuito «a rendere ancora più chiaro e trasparente il meccanismo di monitoraggio, in modo che la comunità scientifica e tutti i cittadini possano accedere a queste informazioni». La norma, in effetti, è stata inserita. È l’articolo 31, quello che riguarda la «pubblicazione dei risultati del monitoraggio dei dati inerenti l’emergenza epidemiologica da COvid-19». Ma non fa alcuna chiarezza. Riporta didascalicamente quali siano gli atti normativi e i soggetti incaricati a trarre le conclusioni. Dell’algoritmo, però, non c’è ombra.
Non resta che rassegnarsi. E affidarsi alle «conclusioni» contenute nell’ultimo report settimanale del Ministero. Laddove si giudica necessaria in tutta Italia «la drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone». E si ammonisce: «È fondamentale rimanere a casa il più possibile».
