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Furbetti del bonus, Inps nel mirino della Privacy

Francesco Storace
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La domanda sostanziale è: chi vi ha ordinato di cercare tra i politici chi avesse fatto domanda per il bonus da 600 euro? L’Inps, a partire dal suo presidente Tridico, sta nel mirino dell’autorità garante della privacy e non solo per la questione dei nomi da divulgare. Ma sui motivi – e i mandanti – che hanno ispirato la curiosa indagine. C’è il rischio di qualche clamorosa sorpresa entro il mese di settembre.

Andiamo per gradi. Ai primi di agosto è esploso il caso dei duemila bonus da 600 euro – la fonte fu Repubblica – che sarebbero stati richiesti da parlamentari, assessori e consiglieri regionali, amministratori locali. I 600 euro sono stati una misura per sostenere chi era stato danneggiato nelle propria attività autonoma dal lockdown. Venire a sapere che ne ha usufruito anche chi non ha smesso di prendere lauti stipendi a causa del lockdown non è stata certo una bella cosa.

Ovvio lo scandalo suscitato nella pubblica opinione, a fronte di retribuzioni assolutamente al di sopra della media, quando si è appreso che nei vari palazzi della politica ci avevano provato. Sono usciti alcuni nomi tra i parlamentari leghisti e Cinque stelle – ieri anche una senatrice della Lega, Marzia Casolati – più vari consiglieri regionali, “categoria” abbastanza permalosa quanto a reazioni isteriche.

Poi, i consiglieri comunali, che però molti ritengono sbagliato mettere nel mirino perché davvero non hanno retribuzioni da nababbi. 

Ma il punto su cui deve rispondere l’Inps non è solo dei nomi di soggetti le cui retribuzioni sono pubbliche e quindi è difficile capire perché si debba occultare il bonus da 600 euro mentre si sa tutto sui vari siti istituzionali, dal Parlamento alle regioni, sugli stipendi incassati da ciascuno di loro.

Il nodo da sciogliere – e su questo l’Autorità garante della privacy ha aperto una indagine proprio verso l’Inps – è sui motivi dell’anomalo “censimento” dell’istituto guidato da Tridico.

Qual è la base giuridica che ha consentito all’Inps di avviare una ricerca sui politici e non ad esempio sui giornalisti, o sui magistrati, o chissà chi altri?

Chi ha lavorato allo sterminato elenco di amministratori locali, oltre che dei parlamentari e dei consiglieri regionali per il lavoro di ricerca tra le centinaia di migliaia di domande per il bonus? Insomma, come sono arrivati proprio a quei nomi? E magari capire a quale scopo si è attivata una ricerca del genere.

L’Inps ha venti giorni di tempo per rispondere, a partire dal 12 agosto, data in cui l’Authority per la Privacy ha notificato l’indagine. A quanto se ne sa, neppure una telefonata è intercorsa tra i vertici dell’istituto e il garante, magari per un riscontro di sollecita risposta. Se l’Inps tace esattamente come sta facendo per i nomi che ancora non divulga – su cui però l’autorità per la privacy non può certo fare alcunché – rischia l’ammonimento. E poi sanzioni pecuniarie. Tridico ha un problema in più dunque.

Da una parte la pressione della pubblica opinione che non accetta di coprire chi si è macchiato di un privilegio inaccettabile. Dall’altro la forza della legge che impone di rispondere con chiarezza perché l’Inps ha deciso di ficcarsi in questo guazzabuglio dei bonus ai furbetti. In molti hanno malignato sui “motivi politici” alla base del comportamento dell’istituto. La trasparenza sarebbe il miglior antidoto a dubbi e sospetti.  

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