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Pure il Recovery fund è un terno al Lotto

 Angela Merkel

Riccardo Pedrizzi
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Voglio azzardare una previsione: il 17, 18 luglio prossimo al vertice europeo uscirà un nulla di fatto. Troppe sono le questioni all’ordine del giorno, tante le pressioni dei singoli Stati, diversi gli interessi, da una parte, dei cosiddetti paesi frugali, e dall’altra, di quelli del Sud Europa. Anche se ancora una volta si parte dall’asse franco-tedesco riaffermato e consolidatosi nei giorni scorsi nel castello di Marienburg nel Brandeburgo. E vediamo perché sono scettico circa le conclusioni del prossimo vertice.

Nell’ultimo Consiglio europeo, che si è tenuto in video conferenza, il presidente, il belga Charles Michel, infatti ha già anticipato che a metà luglio, quando dovrà essere affrontato il problema del «Recovery Fund» la discussione «sarà molto difficile» anche se «c’è una volontà politica comune di agire», precisando che «non sottostimiamo le difficoltà. Sono quindi necessarie nuove discussioni», preannunciando la pubblicazione di «nuove proposte concrete» per il periodo 2021-2027. A queste anticipazioni non rosee si aggiungono quelle di Angela Merkel, che ha detto «non credo che si possano versare i fondi già quest’anno». Del resto la stessa Ursula von der Layen ha collegato, il programma «Next Generation EU» al prossimo budget comunitario da circa 1.100 miliardi (2021-2027) su cui gli Stati membri stanno ancora trattando.

 

 

 

Si tratta di previsioni non pessimistiche, ma realistiche perché i 27 Paesi dell’unione vanno avanti in ordine sparso su varie questioni: sull’entità dell’intervento (750 miliardi, di cui 433 mld in sussidi, 67 in garanzie e 250 in prestiti); sulla suddivisione delle tipologie di finanziamenti; sulla distribuzione ai vari Stati; sulla tempistica delle erogazioni (dal 2012 al 2027); sul tipo della copertura (nuove tasse; emissione di bond comuni; ecc. ecc. ?) ed infine sulle modalità e sulla tempistica dei rimborsi (fino al 2058?). Queste varie condizioni sono in contestazione, in particolare, da parte dei quattro Paesi cosiddetti frugali (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia) a differenza di Italia, Spagna e Francia, con la Germania che si barcamena e che guida le danze perché ha iniziato a presiedere il semestre europeo. Per questo ci sembrano del tutto infondate le dichiarazioni del nostro ministro degli Affari europei, Amandola, secondo il quale «a luglio si chiude». A questi annunci per il popolo fa eco la Ministra degli esteri spagnola, Arancha Gonzalez Laya, secondo la quale «dobbiamo darci da fare perché venga approvato e entri in funzione il prima possibile e non deve mettere in difficoltà, con ulteriore debito, i Paesi che vi fanno ricorso». Mentre il premier olandese Mark Rutte fa il controcanto dicendo, che «si può andare anche dopo l’estate», «perché il fondo dovrà essere utilizzato in cambio di riforme».

Che le cose si mettano male - ed è questa la verità - basta esaminare quali siano gli orientamenti delle autorità europee. Infatti la Commissione Europea ha emanato recentemente la proposta di Regolamento in base al quale potrà essere operativo il «Recovery and Resilience Facility» e, quindi, saranno erogati i miliardi di Euro ai vari paesi della UE. L’obiettivo comunitario è, innanzitutto, quello di controllare come le somme verranno spese, che tipo di interventi verranno programmati e, soprattutto, se ci saranno le riforme necessarie perché quegli investimenti verranno realizzati e arriveranno a destinazione.
Insomma la Commissione pone condizioni e vuole tenerci al guinzaglio anche per quanto riguarda la tempistica. Infatti anche se a noi gli euro stanziati occorrerebbero immediatamente viene previsto che quest’anno non arriverà niente per nessuno e solo nel 2021 sarà assegnato il 5,9%; il 15,8% nel 2022 ed il resto nei successivi anni 2023, 2024 e cosi fino al 2026. A noi italiani di queste percentuali spetteranno l’1,5% del reddito nel 2022; l’1,7% nei due anni successivi e l’1% nel 2025. Campa cavallo...che l’erba cresce.

Per la verità già quest’anno però dovrebbe attivarsi il Fondo Sure (circa 20 miliardi) per il sostegno ai lavoratori che potrebbe non bastare tenendo conto anche delle previsioni della Presidente della Bce secondo la quale «il peggio su questo versante deve ancora venire». Il Sure è un fondo europeo che non dispone di un euro e potrà prestare qualcosa soltanto quando avrà ricevuto dai paesi Ue le garanzie necessarie per emettere delle obbligazioni sui mercati, per tale motivo è poco realistico che questo strumento possa funzionare già da questo autunno. Prima bisogna trovare le garanzie, poi raccogliere i fondi sui mercati con le emissioni obbligazionarie ed infine erogarli. Non solo, poiché l’adesione non è obbligatoria, alcuni paesi Ue potrebbero non partecipare, riducendo così la disponibilità futura.
L’Italia potrebbe ottenere il 10% di questi fondi: vale a dire 2,5 miliardi, ma non nel 2020, bensì nel 2021 dopo un versamento di 2-3 miliardi di garanzie «irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili», cioè deve prima versare 3, per prendere poi 2,5 per giunta nemmeno con la certezza di riceverli in un’unica soluzione, bensì (articolo 7) in vari versamenti.
Forse, inoltre, si potrebbero prendere i 36 miliardi della linea di credito per la sanità, il cosiddetto MES, assai contestato da parte dell’opposizione di destra e di un pezzo della maggioranza e per il quale, però, occorrerà che il governo italiano presenti i progetti per il settore sanitario, che al momento appare assai disastrato come è risultato dalla bufera creata dal coronavirus.
Infine ci sarebbero circa 40 miliardi della Bei come sostegno per le Pmi. Per tutti questi fondi la precondizione, però, è che si riesca a superare l'atavica difficoltà a utilizzarli e ci siano dei progetti credibili e realizzabili. Ci riusciremo in questa impresa titanica?
 

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