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maggioranza nel caos

Guai per Di Maio: nel M5S esplode la rivolta dei "senza-poltrona"

Dalla Lezzi alla Grillo, ex ministri e sottosegretari mancati si scagliano contro la gestione "verticistica" del capo. E si moltiplicano i forfait a Italia 5 Stelle

Guai per Di Maio: nel M5S esplodela rivolta dei "senza-poltrona"

Doveva essere una festa, rischia di rivelarsi la plastica rappresentazione di divisioni e malcontento. Il raduno grillino di Napoli, con la manifestazione «Italia 5 Stelle» che si svolgerà sabato e domenica alla Mostra d’Oltremare, convocato con l’intenzione di celebrare i dieci anni del MoVimento, nonostante il fiore all’occhiello della presenza del premier Giuseppe Conte, continua a far registrare defezioni pesanti. E se per Alessandro Di Battista (e forse Beppe Grillo) ci sarebbero a giustificare le assenze delle serie questioni personali, gli altri forfait sono tutti di natura politica. A partire da quelli delle ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo, che non hanno nascosto negli ultimi giorni la loro critica serrata alla gestione di Luigi Di Maio.

L’ultima è stata l’ex titolare della Sanità: «Sulla collettività delle decisioni nel Movimento 5 Stelle sicuramente c’è un dato importante - ha detto la Grillo - in un anno abbiamo perso molti voti, questo è innegabile ed è inutile nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Abbiamo perso alcune elezioni regionali che ci hanno visto impegnati tanto, a partire dall’Abruzzo. Una serie di passaggi delicati sono andati piuttosto male e con una gestione abbastanza verticistica, se non totalmente».

Solo il giorno prima era stata invece la Lezzi a schierarsi contro il capo politico. Il «casus belli» è stato il no di Di Maio alla candidatura della deputata Dalila Nesci come governatrice della Calabria. Uno stop dovuto alla volontà di proseguire nella strada delle alleanze «civiche» con il Pd e giustificato con l’impossibilità - per lo statuto grillino - di mollare un mandato popolare in corso per candidarsi per un’altra poltrona: «Siamo tutti abbastanza intelligenti per capire che, avendo derogato per Cancelleri, non esiste più nessuna regola che impedisca a Dalila di candidarsi. A meno che non si voglia rinunciare e abbassare la bandiera del M5S per sempre» aveva scritto martedì l’ex ministro del Sud, facendo riferimento a un altro caso «spinoso» per i pentastellati, quello dell’esponente siciliano «strappato» dal consiglio regionale per essere nominato sottosegretario.

Certo, a pesare è anche l’amarezza per la mancata conferma al governo. «Solo ora che non sono più ministre si accorgono della gestione "verticistica"?» si sfogano alcuni grillini. Ed è anche significativo notare come molti degli attuali ribelli siano rintracciabili tra i parlamentari che erano entrati nel «toto-sottosegretari» e poi non hanno ottenuto la poltrona agognata. Gelsomina Vono (per lei si vociferava un posto agli Interni o al ministero del Sud) se ne è già andata in Italia Viva, un altro esponente in procinto di lasciare è il campano Ugo Grassi, che sembrava destinato a una poltrona di sottogoverno nel ministero della Pa o in quello degli Affari Regionali. La stessa Dalila Nesci, autocandidatasi per la Calabria, era data quasi per certa come sottosegretaria alla Sanità, per poi rimanere a bocca asciutta.

Ma sarebbe sbagliato ridurre il malcontento a una semplice «vendetta» per la poltrona sfumata. Nel mirino, infatti, c’è ancora una volta il poco raccordo tra il capo politico e il gruppo parlamentare. All’accusa fatta a Di Maio all’epoca della formazione del governo - quella di aver difeso solo i suoi fedelissimi, da Fraccaro a Bonafede passando per Spadafora - si è aggiunta quella di non aver consultato nessuno prima di presentare i suoi ultimi atti, a partire dal provvedimento sui rimpatri.
E che il clima sia pesante lo confermano anche le votazioni che si sono tenute ieri sera per l’elezione dei capigruppo di Camera e Senato che dovranno sostituire D’Uva e Patuanelli, entrati nel governo. Ebbene, sia a Montecitorio che a Palazzo Madama gli scrutini si sono conclusi con un nulla di fatto. Tra i deputati, Francesco Silvestri ha raggiunto 67 voti, Raffaele Trano 61 e Anna Macina (la preferita dai vertici) appena 33. Nessuno, in ogni caso, si è avvicinato al «quorum» dei 109 voti e ora l’elezione andrà ripetuta.

A Palazzo Madama, invece, è stato Gianluca Perilli il più votato, ma sempre senza raggiungere il quorum necessario all’elezione. Mezzo flop, invece, per Danilo Toninelli. Un altro ex ministro che, in caso di bocciatura nel ruolo di capogruppo, potrebbe manifestare a breve il suo dissenso.

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