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Paolo Messa punta il dito contro il format: «Domanda e offerta non s’incontrano più»

Il consigliere di amministrazione della Rai chiede palinsesti più attenti agli interessi del pubblico

Paolo Messa punta il dito contro il format: «Domanda e offerta non s’incontrano più»

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«Renzi ha affrontato un tema che è sul campo, e che ignorare sarebbe grave oltre che stupido. La formula del talk show, così come l’abbiamo imparata a conoscere negli ultimi dieci anni, non funziona più». A parlare è Paolo Messa, consigliere d’amministrazione della Rai e l’argomento è l’uscita di Renzi che lunedì è tornato a sottolineare i bassi ascolti dei salotti televisivi del martedì, superati persino dalle repliche di Rambo (è successo anche l’altroieri). «La questione – spiega Messa - è il format televisivo, il linguaggio, la capacità di saper offrire all’opinione pubblica un valore aggiunto che evidentemente non viene più percepito».

 

 

Dalle reazioni alle parole di Renzi sembra che il talk sia quasi intoccabile.

«Bisogna distinguere le responsabilità. I giornalisti fanno informazione, e devono farlo con libertà e rigore deontologico. Io non mi sento di dire che Giannini, o Floris, fanno male il proprio lavoro. Fanno bene ciò che viene chiesto loro di fare. Il problema semmai è di chi, tra direttori di rete, capistruttura, esperti del palinsesto televisivo, pensano e organizzano un’offerta che non incontra più la domanda».

 

 

Secondo lei quale potrebbe essere un format alternativo a quello attuale del talk?

«Non spetta a me dirlo, io sono un componente del Consiglio d’amministrazione, non un creativo. Peraltro, abbiamo la felice circostanza di poter contare su un direttore generale che su queste materie ha le idee molto chiare. E poi ci sono e ci saranno direttori di rete che hanno responsabilità non banali. In ogni caso, Renzi ha citato numeri, numeri veri che nessuno ha potuto contraddire».

 

 

Nei programmi Rai c’è troppa politica?

«Tenderei a dire di sì, si parla troppo della politica “parlata” e poco di quella “fatta”, di quella cioè che viene svolta in seno alle istituzioni».

 

 

Che cosa intende dire?

«Il bilancio della Rai è fatto per il 70% dal canone pagato dai cittadini. Il servizio pubblico non può essere un optional. È un imperativo categorico».

 

 

A questo proposito, quanto frena il vincolo degli indici d’ascolto?

«Campo dall’Orto è stato molto chiaro e io condivido la sua opinione: non possiamo avere l’ossessione dell’indice d’ascolto se questo serve a giustificare programmi trash. Dobbiamo consolidare il rapporto fra Rai e telespettatori».

 

 

È vero che i talk spingono al pessimismo?

«Provo la stessa diffidenza verso chi rappresenta l’Italia come un luogo perfetto e verso chi la descrive come un luogo triste e senza speranza. Ammetto però che i secondi sono, anche in Rai, superiori ai primi. L’azienda pubblica deve garantire il pluralismo e non il manicheismo. Mi sa che abbiamo un po’ di lavoro da fare».

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