Prosegue tra tensioni e sospetti reciproci la ricerca nel Pd di un'intesa sulle riforme. Maggioranza e minoranza rivendicano entrambe apertura e passi avanti nel dialogo e sostengono che l'accordo è ad un passo ma ventilano anche il dubbio che l'altra parte voglia far saltare il tavolo. «Deve essere scritto con chiarezza che il Senato è elettivo», continua a chiedere la sinistra. «Niente veti», non si stancano di ripetere i renziani. Nessun veto, assicura Pier Luigi Bersani: «Se c'è disponibilità vera, noi siamo a posto e per trovare l'accordo basta un millimetro». E nell'attesa che la direzione convocata da Matteo Renzi oggi pomeriggio faccia chiarezza, affila le armi Roberto Calderoli, nemico giurato di un testo «a rischio fascismo»: «È la mia Resistenza. Se il governo non vuole cambiare il ddl sarà sommerso da milioni di emendamenti». E il leghista definisce il duo Renzi-Boschi, il «gatto e la volpe». Confortata dai primi voti sulla costituzionalità della riforma, sui quali c'è stata «un'ampia maggioranza», il ministro Maria Elena Boschi è «fiduciosa che si arriverà all'approvazione entro il 15 ottobre perchè al 90% il testo è condiviso» e c'è solo «qualche punto» da definire, nel confronto dei prossimi giorni. Ma poichè proprio su quei punti rischia di naufragare la possibilità di un'intesa nel Pd, Boschi avverte: «Non ci sono veti da parte della maggioranza, a maggior ragione non devono essercene da parte della minoranza. Ridurre tutto il dibattito - aggiunge - alla modalità di elezione dei senatori credo che svilisca il senso di una riforma storica». E se non prevale il «senso di responsabilità» e «il Pd perde questa sfida, il rischio è di consegnare il Paese a M5S e Lega». Il punto centrale è ancora quello dell'elezione diretta dei senatori, sul quale la minoranza Pd non ha intenzione di mollare. «È necessaria e indispensabile la disponibilità di toccare l'articolo 2 per riuscire ad affermare che decidono gli elettori». Il principio può essere scritto, «senza trucchi», anche nel comma 5, come propone la maggioranza. E cioè, spiegano i senatori Miguel Gotor, Federico Fornaro e Vannino Chiti, deve essere specificato che i futuri senatori-consiglieri saranno eletti dai cittadini e che ai Consigli regionali spetterà una ratifica. Non va bene invece la formula, proposta in prima battuta dalla maggioranza, secondo la quale i futuri senatori sono «indicati» dai cittadini: una impuntatura che, afferma Bersani, pronto a candidarsi a sindaco di Bologna, fa pensare che «loro stiano cercando pretesti» per rompere. Tanto più se si considera che, lamenta Gotor, «non ci hanno contattato per parlarne». È la minoranza a voler rompere e tira perciò la corda su un accordo che sarebbe a un passo, replicano i renziani. Il sottosegretario Luciano Pizzetti afferma che l'apertura di Bersani e Speranza a cambiare solo il comma 5 dell'art. 2, come proposto dalla maggioranza, è «un punto di svolta» raggiunto il quale sarebbe «singolare» non siglare un accordo. Ma dalla minoranza c'è chi, come Doris Lo Moro, afferma che non si può non cambiare il comma 2, cosa per il governo non ammissibile. E mentre è in corso il braccio di ferro tra Dem, alzano la voce le opposizioni. Non solo i 5 Stelle, che con Luigi Di Maio parlano di una «riforma tanto inutile quanto dannosa». Ma anche Silvio Berlusconi, che nella telefonata a una Festa della libertà di Forza Italia, definisce «autoritaria» una riforma «che sottrae ai cittadini la possibilità di votare», bolla come un «teatrino» quello in corso nel Pd e punta il dito contro un premier, Matteo Renzi, «non eletto».
Alta tensione dentro il Pd sulle riforme
Boschi: sono sicura, l’approvazione entro il 15 ottobre. No a veti dalla minoranza
