Politica

"Io? Sono un liberale dalla parte della gente"

L'intervista a Paolo Del Debbio

Intellettuale, giornalista, filosofo e professore universitario. Tra i fondatori di Forza Italia, candidato governatore della Toscana nel 1995 e assessore per le periferie e la sicurezza a Milano nella giunta Albertini. Oggi conduce la striscia di Rete4 «Dalla vostra parte» e «Quinta colonna», il secondo talk show più visto nella passata stagione. Ogni fine settimana ci si chiede quale sia stato il salotto politico più seguito e la risposta è sempre la stessa: chiedete a Paolo Del Debbio. La trasmissione ha fatto registrare il record di 1.619.000 spettatori e il 6.52% di share. Del Debbio si racconta. Racconta la filosofia del libero mercato e il suo essere vicino alla gente. Vede un’Italia che soffre, ma che guarda avanti. Che tira la cinghia. Un Paese che percepisce l’addio di Silvio Berlusconi come una perdita di riferimento. E non sa ancora se fidarsi o meno di Matteo Renzi. Spiega il suo amore per la piazza perché è il suo modo di fare televisione. Un modo discusso, che fa arrabbiare i critici, che però funziona. Lo contattiamo quando mancano pochi giorni al «Festival Delle Storie 2015» che lo vedrà protagonista ad Alvito (Fr), il 27 agosto. E un richiamo alla piazza è diretto.     Lei spesso ha ribadito il concetto di piazza come agorà. Una piazza virtuale, quella televisiva, che mostra se stessa e racconta una realtà fatta di gente che tira dritto, a fatica, oltre le difficoltà. Cosa si aspetta dalla piazza del Festival delle Storie? «Mi piace molto l’idea di un Festival itinerante. Mi troverò nel mio luogo naturale, per me sempre piacevole. Mi aspetto cosa ci si aspetta ad andare in piazza: la voglia di sapere, di conoscere e anche di criticare. Mi aspetto tutto quello che c’è in una piazza».     «La definiscono populista proprio per il suo attaccamento alle piazze. Certamente è popolare per la sua capacità di sintonizzarsi sulle frequenze del pubblico e il pubblico lo premia. Lo dicono i numeri…» «Ritengo che dar voce al popolo non sia mai un’offesa».     Quanto è distante Del Debbio dalla discesa in politica? «Tanto. A me piace molto il mestiere che faccio e vorrei continuare a fare questo».     Viene descritto come il liberale classico che viene da una regione rossa. La Toscana. E come il professore che non ha paura di sporcarsi le mani con le richieste e le paure del pubblico. Una sorta di eroe delle periferie. La sua forza è il populismo? «Credo che dar voce al popolo sia una cosa bella. Quindi: populista e me ne vanto».     Ha scritto appunto un libro dal titolo Populista e me ne vanto . Perché essere populisti è un pregio? «Uscito ieri in edicola con il Giornale . In quelle pagine mi difendo da questa voce, rilanciando: se loro intendono per populista chi accarezza il pelo della gente, chi vuole orientare le piazze, non lo sono. Sono invece populista perché sto dalla parte della gente comune».     Facciamo un passo indietro. Nel 2002 scriveva che il capitalismo è possibile solo se poggia su una rigorosa base etica. Ce lo ricordava da studioso di San Tommaso. La pensa ancora così? «Esiste un’etica nel mercato. Penso che un mercato di concorrenza sia un mercato che fa venire fuori il meglio delle persone. Quindi è etico e meritocratico già di per sé».     Parlava anche di un’Italia «culla del capitalismo» che dipende dal ruolo della Chiesa e dai suoi insegnamenti per una solida morale economica. «La morale cristiana medioevale indica con precisione come far funzionare la concorrenza e il mercato: non agire in modo fraudolento, non fare patti segreti, mantenere la parola data, non cambiare le regole del gioco, garantire, sotto il controllo delle corporazioni, la qualità e il prezzo giusto al consumatore».     È una bestemmia parlare di capitalismo amorale? «No, non è una bestemmia…»     Qual è l’Italia che ama raccontare? «Due spaccati. L’Italia che è in difficoltà (8 milioni di persone, ndr) e la piccola e media impresa. La gente che si dà da fare e che ce la fa con difficoltà. Sono loro che fanno la ricchezza di questo paese: chi non ce la fa e chi ce la fa da solo».     E a chi lo accusa cosa risponderebbe? «È legittimo o no in televisione dare voce al punto di vista della gente comune? È legittimo o no che un pensionato che prende 400 euro al mese gridi la sua rabbia? E è legittimo o no che la moglie di un piccolo imprenditore veneto, che si è suicidato per la vergogna perché non ce la faceva a pagare le tasse, venga in televisione piangendo e gridando? È legittimo? Se è legittimo allora stiano zitti. Se non è legittimo, mi spieghino il perché».

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