«Voglia di scuola di partito? Un buon segno. Metterei solo in grigio "di partito" e lascerei in evidenza il termine "scuola". Ne abbiamo davvero bisogno per chiudere coi casting e la rottamazione». Peppino Caldarola, ex parlamentare e già direttore de ll’Unità, non è cresciuto nelle scuole di partito, ma «in quella scuola di pensiero rappresentata dalla casa editrice Laterza». Sepolta «senza rimpianti» la Seconda Repubblica lo scrittore, prima di iniziare, tiene a mettere in guardia da un rischio che potrebbe compromettere da subito questa opzione: «Che non sia un'operazione di riverniciatura». Silvio Berlusconi vuole investire sulla Fondazione Einaudi. Ritorno al Partito dei professori? «È un tentativo di tornare alle origini. Berlusconi fonda il suo partito sulla base della confluenza di due elementi: l’armatura Fininvest guidata da Dell’Utri, e un gruppo notevole di intellettuali -Urbani, Melograni e Colletti - che elabora il manifesto neoliberale. L’inizio del berlusconismo è ambiziosissimo, poi lungo la strada si è perso. E perdendosi si è persa anche l’idea di partito che è rimasta una formazione basata sul leader». Non solo think tank liberali. Si torna a invocare le virtù delle scuole di partito del Pci e della Dc. Perché? «Per la serietà. Il livello degli insegnanti era altissimo. Personaggi di straordinario spessore, con esperienza di vita importanti: alcuni erano finiti in carcere, altri in esilio. Erano convitti queste strutture, nel senso classico: non si insegnavano solo i principi del marxismo o del solidarismo, ma anche il modo di vivere, di pensare. Erano due grandi chiese: un modello non riproducibile ai giorni nostri. Oggi non si riuscibbe ad insegnare a nessuno recome vivere». Chi le animava? «Alle Frattocchie capitava che economia la insegnasse Luciano Barca, che a parlare di Mezzogiorno arrivassero Macaluso e Amendola, che a parlare di istituzioni fosse Pietro Ingrao. Da quelle cattoliche usciva una classe dirigente formata da professori universitari, da vincitori di cattedra. A partire da Aldo Moro, un grande giurista, i cui testi venivano letti in quanto tali. In queste scuole si trovava l’intelaiatura dell’accademia italiana. Penso che se i grandi inventori della Rai - da Agnes al padre di Veltroni - vedessero com'è fatto il Cda della Rai oggi…» Figlio della Seconda Repubblica… «Questa non ha prodotto niente di positivo. Lo stesso bipolarismo è venuto meno. La classe dirigente, poi, non è passata più da alcun controllo di qualità: né dall'elettore, che non può più scegliere, né dai partiti che non esistono più. Per questo nei dirigenti di oggi la capacità prevalente è quella di essere in sintonia con il leader del momento». Ci si è accorti allora di aver selezionato male? «Non è uscita una generazione capace di pensare lo Stato. Perché si torna a invocare la scuola di partito? Perché riusciva a unificare culturalmente: a dare a tutti una visione, una concezione. Oggi, tranne che l’adesione al leader, non ci sono grandi narrazioni. La stessa Rottamazione non ha portato avanti trentenni e all’altezza delle aspettative». Dalle Frattocchie alla Leolpolda che cosa è cambiato? «È cambiato tutto. Non vedo la Leopolda che cosa trasmetta, lo dico senza malizia. Il messaggio ottimistico e liberale non è nuovo. ’'energia nel capo l'abbiamo già vista con Berlusconi. Non siamo nemmeno al new labour di Tony Blair che trasmetteva un'idea di Inghilterra. Il giorno in cui una cultura renziana emergerà dalla Leopolda forse Renzi apparirà meno ondivago, meno rissoso, meno interessato a occupare con gente del "giglio magico" i posti di potere. Sennò ci toccherà rivalutare Mastella o De Mita».
"Le scuole di partito insegnavano a vivere"
Caldarola: Dc e Pci formavano dirigenti di qualità
