Parità. Al centro di quest’estate il sondaggio Ixè per Agorà lo sancisce: il divario tra il Pd(R) - il partito di Renzi, ribattezzato così da Ilvo Diamanti - e il centrodestra unito non c’è più. Non solo: assieme a questo emerge la voglia di voto degli italiani (il 64,5%, +3 punti percentuali) che per due terzi del campione bocciano le riforme del governo in carica. Un «uno-due» potenzialmente esplosivo nel momento in cui il ritorno in Aula a settembre per il governo di Matteo Renzi si preannuncia più che complicato sulle riforme istituzionali, con il «Vietnam parlamentare» minacciato dalla minoranza Pd. Secondo l’istituto di ricerca (che registra comunque il buon risultato del MoVimento 5 Stelle con il 22%) insomma, si conferma il trend interno alla «coalizione» sfidante: la Lega Nord è saldamente il primo partito del centrodestra con il 15,7%, Forza Italia è stabile al 10%, seguita da Fratelli d’Italia e Area Popolare. Tradotto, la coalizione (o listone) di centrodestra si attesterebbe al 33,3%: lo stesso risultato del Pd che passa dal 41% delle europee (dopato dalla bassa affluenza) al 33,6%. Proprio il Pd di Renzi, da parte sua, tornerebbe così ai tempi di quello di Walter Veltroni: una soglia politologicamente indicativa della storico posizionamento del maggior partito di sinistra tra l’elettorato italiano. Dall’altro lato invece, nonostante le divisioni e le miniscissioni, il buonumore in casa centrodestra è dato non solo dalle rilevazioni, ma anche da una ritrovata compattezza dimostrata con il dossier delle nomine Rai. Per questo motivo Silvio Berlusconi sta trascorrendo l’estate a programmare gli estremi del nuovo rassemblement (che vorrebbe che si formasse con l’Altra Italia) e a immaginare di riportare grazie agli «sponsor» della società civile quei milioni di italiani che si sono allontanati dalle urne. Il problema per il centrodestra - a differenza della stagione targata Pdl che compatto stravinse le elezioni del 2008 - sta proprio nel ritrovare il senso dello stare insieme, nella mancata organicità. Da una parte l’atteggiamento ondivago di Forza Italia e del suo leader, infatti, ha determinato due diverse scissioni rispettivamente «a destra» (Raffaele Fitto) e «a sinistra» (Denis Verdini). Dall’altra l’Opa di Matteo Salvini che, accettata a denti stretti da Berlusconi, non è digerita dal resto della coalizione e alcune sue scelte (come in Sicilia) nemmeno dalla destra sovranista di Giorgia Meloni. Al centro della coalizione, poi, i movimenti di Raffale Fitto e Flavio Tosi non riescono ancora a contrapporre un’agenda «forte» e performante, per non parlare poi del nodo della collocazione dell’Ncd di Alfano. Il centrodestra, insomma, resta un cantiere aperto. Premiato (potenzialmente) dagli elettori ma incapace, ancora, di premiare a sua volta la loro fiducia. Di tradurla in rappresentanza.
Il centrodestra vale il Pd. Come unirlo?
Un sondaggio Ixè rivela: Dem al 33,6%, esattamente come la somma di FI, Lega, FdI, Ap
