Politica

"Condannate la cupola del Litorale"

I pm chiedono 60 anni di carcere per l’organizzazione che soffocava il litorale LEGGI ANCHE "Illeciti continuati anche dopo gli arresti"

Pesa oltre sessanta anni di reclusione la requisitoria della distrettuale antimafia sul processo "Tramonto", l’appendice economico finanziaria della maxi operazione "Nuova alba", contro lo strapotere mafioso esercitato dagli uomini (e dalle donne) del clan che fa capo a don Carmine Fasciani. Una pioggia di richieste di condanna avanzata dai pm Ilaria Calò e Carlo Lasperanza che va a chiudere il cerchio su una "famiglia" di mafia autoctona già pesantemente colpita in primo grado nell’ambito del procedimento principale con condanne per complessive 300 anni di carcere. La procura, dopo un dibattimento che è andato avanti tra testimonianze paradossali e contradditorie (con picchi di involontario umorismo nero), ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione per il presunto boss Carmine Fasciani (con richiesta di tre anni di libertà vigilata). Condanne richieste poi per Silvia Franca Bartoli (moglie di Carmine, 8 anni più tre di libertà vigilata), Azzurra Fasciani (figlia del boss, 7 anni di reclusione e tre di vigilata), Mirko Mazzotti (sei anni più 3 di vigilata), Fabrizio Sinceri (4 anni), i fratelli Davide e Fabio Talamoni (5 anni per entrambi), Daniele Mazzini (5 anni più due di vigilata) e Francesco Palazzi, Gabriella Romani, Maria Salvi e Marco D’agostino per i quali sono state avanzate richieste di condanna per 3 anni e otto mesi di reclusione. La lunga requisitoria della procura ha ricordato il vortice impazzito di società costruite e poi cedute e poi ancora riaffittate da altre società create ad hoc (anche con il sistema delle imprese ad un euro voluto dal decreto Monti) che, grazie ad una serie di teste di legno, orbitavano tutte attorno alla galassia del boss venuto dall’Abruzzo. «Il metodo mafioso – hanno sottolineato i pm in aula – rappresentato dall’esazione del pizzo e dall’intimidazione di terzi con l’uso delle armi o comunque della violenza ha consentito a questa organizzazione criminosa di infiltrarsi nel territorio, di ridurre la popolazione soggiogata all’omertà e all’assoggettamento, di sfruttare quella zona grigia, rappresentata dall’ausilio fornito da chi sapeva ma ha preferito far finta di niente per trarne comunque beneficio, come commercialisti, direttori di banca, amministratori e esponente politici, imprenditori collusi, e di portare avanti così i propri affari. Con una mano si facevano gli investimenti e con l’altra si sparava, un impegno spesso concomitante e contestuale». Colletti bianchi e amministratori più che morbidi su cui il clan sarebbe riuscito a scalare le gerarchie criminali della Capitale. Sullo stesso tasto ha battuto anche l’avvocato Giulio Vasaturo che, per conto di Libera che si era costituita parte civile, ha sottolineato «il radicamento delle mafie sul litorale romano: una penetrazione criminale tanto diffusa e capillare perché favorita da esponenti dell’amministrazione municipale e da quella pletora di professionisti asserviti a Carmine Fasciani». Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta della distrettuale, il clan aveva messo in piedi un sistema per tentare di nascondere alla magistratura i profitti della famiglia, creando una serie di società fantasma (riconducibili alla famiglia stessa) che venivano via via «svuotate» al loro interno degli elementi economici e che poi affittati (come rami d’azienda) ad altre società (intestate ad altri prestanome) nel tentativo di allontanare il più possibile la reale proprietà delle stesse dalla gestione fittizia delle teste di legno. Negli affari di don Carmine girava di tutto: panetterie, autoconcessionarie e negozi d’abbigliamento ma era ovviamente la gestione dei lidi sul litorale il vero fulcro degli affari. Un clan radicato sul mare di Roma quello dei Fasciani che era in grado di avere un «condizionamento globale del sistema, nel quale la forza vera – scriveva il Gip nella richiesta di misura cautelare – non è più la violenza di strada, ma l’influenza dei capitali, che determina la possibilità di interloquire con professionisti, con operatori del mondo del credito, con associazioni di categoria, con ufficiali giudiziari». Ed era proprio grazie a questo nuovo approccio che il boss di Ostia aveva portato il clan ad un livello superiore: «Siamo di fronte al secondo livello – scrivevano ancora i giudici – quello che non uccide, ma appresta gli schemi societari; non spaccia, ma dà esito finale ai flussi finanziari provenienti da narcotraffico, li ricicla, li reimpiego». \n\n\n

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