Politica

Quando Orfini aveva paura dei clandestini

Nel 2010 accusò l’ex ministro Maroni di non riuscire a bloccare gli arrivi

C’è stato un tempo in cui Matteo Orfini, presidente del Partito democratico, parlava come Matteo Salvini; un tempo in cui il commissario dei democrat a Roma e difensore quasi pentito del sindaco Ignazio Marino, era allarmato dagli sbarchi dei clandestini in Italia; un tempo, insomma, nel quale il futuro «giovane turco», prima anti-renziano e poi l’opposto, si era trasformato in un angosciato osservatore di quanto avveniva sulle coste italiane. In passato, infatti, imputando all’allora governo Berlusconi e al suo ministro dell’Interno, Roberto Maroni, l’incapacità di bloccare gli arrivi di immigrati via mare, Orfini si diceva preoccupato non solo dei criminali che gestivano il traffico di esseri umani, ma soprattutto del fatto che fra i clandestini in grado di raggiungere l’Italia potessero esserci anche «soggetti pericolosi». In sostanza quello che il suo partito, e non solo, continua a negare oggi. E queste affermazioni non le ha fatte oggi che il problema immigrazione è diventato serio per l’Italia e per l’intera Europa, come dimostrano i numeri e il conseguente consenso elettorale dei partiti anti-immigrati, ma le pronunciò nel 2010, anno in cui, al contrario, gli sbarchi nel nostro Paese furono pochissimi. Nel 2008, infatti, Berlusconi e il dittatore Muammar Gheddafi avevano firmato un accordo che prevedeva di fermare i clandestini sulle coste libiche. Lo scoppio delle «Primavere arabe», la morte del Colonnello e la nascita dell’Isis, che tutte insieme sono la causa dell’esodo attuale, non erano ancora avvenute. Non è un caso se nel 2008 sbarcarono in Italia 37mila immigrati e nel 2009, dopo la firma a Bengasi del «Trattato di amicizia e cooperazione» fra Italia e Libia, poco più di 9mila. Ma l’anno successivo, il 2010, momento in cui si collocano le parole di Orfini, sulle nostre coste arrivarono solo 4400 clandestini. In realtà, a voler essere precisi, il presidente democrat quelle affermazioni le fece nell’agosto di quell’anno, quando, stando ai numeri ufficiali, gli sbarchi dall’1 gennaio furono appena 2.235. Insomma, uno scenario quasi normale, nessun allarme, nessun esodo, pochi rischi e per fortuna pochi morti. Eppure fu proprio in quel contesto che il giovane Orfini subì per un po’ una mutazione genetica, e di fronte a qualche centinaio di clandestini arrivati in quel mese di agosto, prese carta e penna e vergò (insieme a Stefano Di Traglia, futuro portavoce di Pierluigi Bersani) il suo pensiero: «Continuano ad arrivare centinaia di immigrati in Italia – scrisse - 350 ne sarebbero sbarcati sulle coste siciliane solo nell'ultimo mese, ma su questi sbarchi è calato un silenzio colpevole: pochissimi media, pochissimi telegiornali ne parlano e nessuna immagine di disperazione viene più mostrata da mesi. Come affermano oggi su Repubblica il procuratore e il questore di Agrigento, il traffico verrebbe ora gestito da bande ben organizzate che riescono ad eludere i controlli. Un vero e proprio salto di qualità rispetto agli anni passati nell'organizzazione delle carrette del mare». Poi l’allarme, oggi negato, e le accuse di non riuscire a risolvere il problema: «C’è addirittura il rischio che riescano a entrare nel silenzio totale anche soggetti pericolosi. Evidentemente la questione degli sbarchi di clandestini non è stata, nonostante i roboanti annunci del governo, purtroppo risolta, come il mutismo di alcuni media lascerebbe invece immaginare». E infine l’accusa: «Oscurare la realtà non aiuta di certo a risolvere il problema». Che letta oggi sembra un’autocritica al «suo» attuale Pd.

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