Politica

Zingaretti nel mirino del fuoco amico

Trema la giunta regionale, perquisita la casa dell’ex capo gabinetto Venafro LEGGI ANCHE Bufera alla Pisana, seduta rinviata

«Dalla Procura un lavoro importante e utile per fare chiarezza e rafforzare la legalità nella Pubblica Amministrazione. Da parte nostra, in Regione, in questi due anni, abbiamo fatto di tutto per governare bene, rafforzando la legalità e la trasparenza. Andremo avanti così, sempre più determinati». Così il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti commenta la seconda ondata di arresti nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo. Un clima relativamente sereno quello alla Regione dove, rispetto al Campidoglio, si contano meno indagati e meno arrestati, almeno sinora. Ma spesso le strada della politica non coincide con quella giudiziaria. Le indagini a carico di Maurizio Venafro capo gabinetto di Zingaretti, suo uomo di fiducia sin dai tempi della Provincia di Roma, continuano a pesare come un macigno sulla tenuta della giunta e le perquisizioni di ieri proprio a casa del braccio destro del governatore (dimessosi non appena ricevuto l’avviso di garanzia) hanno gettato nuove ombre. O almeno quel tanto che basta per chiedere le dimissioni del presidente e nuove elezioni nel Lazio. Un "gioco" dei ruoli delle opposizioni ma non solo. All’interno di un Pd che vive la sua crisi più acuta dalla nascita, non pochi "tifano" per la caduta di Zingaretti, a ben guardare l’ultimo baluardo di un partito che sembra scomparire giorno dopo giorno, a favore di un "renzismo" che a Roma fatica a prendere forma. Non è bastato neanche il sospiro di sollievo, ieri, nell’apprendere che nessun consigliere del Pd era stato "colpito" da misure cautelari, nei fatti - spiegano dalla Regione - l’unico a finire in carcere è stato il capogruppo di Forza Italia, Luca Gramazio. Una consolazione, certo, ma che non mette al riparo le fragili pareti della Pisana. L’arresto di Guido Magrini, super direttore della Regione merita approfondimenti, non solo giudiziari ma anche politici da unire magari a una riforma interna del personale dirigente sulla quale potrebbero nascondersi interessanti "scheletri". Così come non tutti gli eletti alla Pisana, soprattutto nel Pd, possono dormire sonni tranquilli. Poca cosa, si direbbe, a confronto dello tsunami che ha investito il Campidoglio. Ma non sempre è la via giudiziaria a spazzare via una classe politica. Anzi. Zingaretti è finito nel mirino dei renziani da tempo perché di fatto l’unico in grado di tenere le fila di una politica romana di centrosinistra, colpita nella dignità e dunque nella credibilità. Il «modello Lazio» con il fedele alleato Sel stona non poco con la politica renziana che vede i vendoliani all’opposizione e un rapporto difficile anche in Campidoglio. Uno schema difficilmente riproponibile alle prossime elezioni nazionali ma che può minare un disegno politico che, da sempre, vede Roma e il Lazio al centro dell’azione (e dell’elettorato) del Pd stesso. Un partito democratico sempre più "cucito" sul premier fiorentino ma che rischia, di fatto, di rappresentare un soggetto ben diverso, più schiacciato al centro e completamente sganciato da quella sinistra di cui, piaccia o meno, il Pd ne è figlio. Al di là della magistratura e dell’inchiesta su Mafia Capitale che, inevitabilmente, tocca anche la Regione, se non altro per "continuità" degli eletti che dal Campidoglio vanno alla Pisana, il percorso di Zingaretti sembra essere minato più dal «fuoco amico» del partito che dagli inquirenti.

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