La vittima eccellente della legge Severino è senz’altro il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Il suo è un caso diverso da tutti gli altri, perché siamo di fronte a una sentenza definitiva derivante dalla condanna per frode fiscale emessa dalla Cassazione nell’agosto del 2013. La Severino, infatti, prevede che, affinché scatti la sospensione, per i parlamentari la condanna deve essere definitiva. Inoltre, essendo la condanna inflitta di 4 anni, Berlusconi viene «colpito» anche dall’articolo 1 della legge: «Non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore» coloro che hanno riportato «condanne definitive a pene superiori a due anni». Dunque il leader di Fi è da subito a rischio decadenza e incandidabilità. Eppure, se anche nel suo caso, proprio come per De Magistris, il dubbio maggiore riguarda la retroattività, visto che la condanna si riferisce a un reato commesso prima dell’entrata in vigore della norma, di ricorsi non ce ne sono, le battaglie politiche risultano ininfluenti e i distinguo giuridici pure. E quando la discussione si sposta in Senato affinché si decida sulla decadenza del Cav, il Pd non si smuove. L’allora capogruppo democrat alla Camera, Roberto Speranza assicura che «voterà per la decadenza per rispetto delle istituzioni», il ministro Franceschini vola alto ricordando che «non si baratta il rispetto della legge con gli interessi di un singolo» (a seconda del singolo, a quanto pare) e infine Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, sentenzia che «il Pd voterà per la decadenza». Il 27 novembre 2013 il Cav viene estromesso da palazzo Madama. Le «eccezioni» per modificare la Severino e «salvare» i propri uomini, possono diventare, solo a quel punto e solo dopo aver considerato per mesi quella norma un feticcio, patrimonio della sinistra.
SILVIO BERLUSCONI
La «decadenza» del Cavaliere e la polemica sulla retroattività
