Chi è fuggito dal Pd si è rifugiato nell’area grigia dell’astensionismo. Minimo invece l’«aiuto» agli altri partiti, che è andato soprattutto al MoVimento 5 Stelle e alla Lega, che significa un voto comunque di protesta. Un dato allarmante per Renzi perché vuol dire disaffezione dalla politica e dal partito Democratico. Il dato emerge dall’analisi dei flussi elettorali fatta dall’istituto Swg e rischia di creare non pochi problemi al premier. Perché se la strategia del segretario del Pd è sempre stata quella di andare a pescare nel bacino degli elettori degli altri partiti per allargare il suo consenso ora, per la prima volta, si trova ad affrontare un problema ben più grave che è quello di recuperare elettori che non credono più alle promesse della politica. Alle sue come a quelle di tutti gli altri leader. Un dato che è stato sottolineato dalla minoranza dei Democratici e che suona come un appello a dare ascolto anche ai dissidenti. «Renzi farebbe bene ad analizzare questi dati – commenta il senatore Federico Fornaro – e ascoltare con spirito critico e autocritico il disagio che emerge: una evidente e manifesta delusione rispetto alle aspettative di soli 12 mesi fa». Andando a guardare Regione per Regione si capisce dove sono andati a finire quei due milioni di voti «bruciati» in un solo anno. In Veneto, dove la renziana Alessandra Moretti ha subito la più bruciante delle sconfitte, finendo praticamente doppiata da Luca Zaia, il partito Democratico è passato dal 37.5% al 20.5% (compresa la lista civica di sostegno alla candidata Dem) lasciando per strada ben 17 punti percentuali. E quelli finiti nell’area dell’astensione sono la parte più cospicua, bel il 7.1%. Alla Lega-Lista Zaia sono passati il 4.4% di preferenze, a Flavio Tosi il 2.2% al Movimento 5 Stelle il 3.3%. Passando alla Liguria, regione in cui il Pd in un anno ha perso il 12.9%, la quota di elettori Democratici che hanno virato verso l’astensione è del 6.2%, mentre la lista del dissidente Luca Pastorino, sostenuto da Cofferati e Civati ha «rubato» a Renzi il 4%. Verso Beppe Grillo è migrato l’1.4% dei consensi mentre la Lega di Salvini ha portato via l’1.3%. La fuga verso il non voto e il MoVimento 5 Stelle è una costante che si ritrova anche in Toscana (5% astensione e 1.1% Grillo); Umbria (5.8% e 3.7%), Campania (3.3% e 4.6%) e in misura più contenuta nelle Marche (1.9% e 2.0%). In Puglia, invece, l'uscita (5.5%) riguarda solo l'astensione. Ancora più significativo però il dato se si confrontano i risultati delle Europee del 2014 e le elezione regionali di domenica scorsa: in Puglia l’astensione rispetto a quel voto raggiunge il 24%, in Toscana il 22%, in Liguria il 20%, in Veneto il 19%, in Umbria il 18%, nelle Marche il 17% e infine in Campania l’11%». «Questi dati – è la conclusione del senatore di sinistra Dem Federico Fornaro – indicano che esiste un disagio significativo a cui occorre che il Partito Democratico nel suo insieme dia una risposta e dimostri soprattutto disponibilità all'ascolto. Queste regionali ci dicono che una quota rilevante dell'elettorato Pd altrimenti si rifugerà nel non voto e potrebbe essere attratta dal messaggio antisistema del M5S e in misura minore, al Nord, della Lega: non proprio buone notizie sia per l'oggi sia nella prospettiva del ballottaggio dell'Italicum».
L’astensione si è mangiata i voti del Pd
Più del 20% di chi aveva scelto Renzi un anno fa ha preferito restare a casa Il dato più alto in Veneto. Ma anche in Toscana risultato allarmante
