Politica

Il Pd vince (e litiga) con i nemici di Renzi

Eletti Emiliano e De Luca. Orfini attacca Civati: "In Liguria pagata la scissione". E la Serracchiani mette le mani avanti: "Nessuna ripercussione sul governo"

Nel Partito Democratico è stata la notte dei lunghi coltelli. I primi commenti arrivano quando i dati sembrano non ancora cosi tragici: le prime proiezioni parlando di una Liguria ceduta al centrodestra ma di una Campania conquistata. La rilevazione «choc» sulla rossa Umbria che è stata in bilico fino alla fine non è arrivata: Catiuscia Marini, candidata del centrosinistra, vince con il 42,24% mentre Claudio Ricci del centrodestra raccoghlie il 39,25%. Eppure al Nazareno si respira già un clima pesante, che i vari Orfini e Guerini provano a nascondere: «Non possiamo non festeggiare il dato della Campania che è passata al Pd - spiega Matteo Orfini - commissario del partito a Roma - ora abbiamo tutte le regioni del sud sotto la guida del centrosinistra. Un dato di radicale innovazione». «Siamo in una fase ancora interlocutoria - continua - con dati provvisori: dalle prime proiezioni sembrerebbe poter assegnare al Pd 5 regioni, con 2 in bilico». Poi arriva la prima mezza ammissione sulla catastrofe ligure: «Abbiamo pagato la scissione di chi, avendo perso le primarie, anziché sostenere con correttezza la candidata del Pd ha deciso di sostenere Pastorino». Anche il vicesegretario Lorenzo Guerini prova a nascondere l’amarezza: «Se fossero confermate le tendenze che stanno emergendo nel dibattito tv, il 5 a 2 sarebbe un importante risultato per il Partito democratico». «Significherebbe - continua - che rispetto al passato oggi, nelle regioni che sono andate al voto da quando è in campo la segreteria Renzi, avremmo 10 governatori di centrosinistra e solo due di centrodestra. Aspettiamo ovviamente di vedere quali saranno i dati definitivi». Deborah Serracchiani, invece, mette le mani avanti: «Restano comunque delle elezioni regionali e non incideranno affatto sul governo» assicura la vicesegretaria. In quanto al calo di voti, «ci sono un’infinità di liste civiche che drenano i voti del Pd e sono, comunque, votate da elettori di centrosinistra». A parlare per tutti, però, è il silenzio imbarazzato di Matteo Renzi fino a tarda notte. Meglio non parlare che commentare le uniche soddisfazioni arrivate da storici «nemici» del premier: Michele Emiliano, Vincenzo De Luca ed Enrico Rossi. Più loquace, con i fedelissimi, è Silvio Berlusconi ad Arcore. Il voto non è stato quel bagno di sangue che molti temevano, i risultati di Toti in Liguria e di Ricci in Umbria sono stati una piacevolissima sorpresa: «Abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare» commenta l’ex premier, che si è mostrato soddisfatto per essere riuscito, nonostante sia stato costretto dalle sue vicende giudiziarie a una «microcampagna elettorale», a scongiurare il «6 a 1» per Matteo Renzi, che molti davano per probabile un mese fa. In casa Forza Italia considerano un ottimo risultato il 5 a 2. Berlusconi, in particolare, si è mostrato sereno perché nel rush finale della sua breve campagna elettorale ha ritrovato il suo popolo: ieri ha sentito al telefono tutti i candidati-governatore per un «in bocca al lupo» e ai suoi avrebbe sottolineato che ancora una volta, laddove il centrodestra ha marciato unito, è competitivo con la sinistra renziana. «Ce la giochiamo fino in fondo. ma attendiamo lo spoglio, avrebbe raccomandato il presidente di Fi invitando i suoi a prendere con cautela gli exit poll e di attendere l'esito finale». Clima festoso in casa Lega, anche se Matteo Salvini ha invitato tutti a non trascurare il preoccupante dato dell’astensione: «Chiunque vinca, con un dato di affluenza al voto così, con metà della gente che è rimasta a casa, chiunque vinca deve pensare che anche lui deve migliorare qualcosa» ha detto il leader del Carroccio da Radio Padania. Salvini ha poi voluto ringraziare i militanti della Lega e i cittadini che hanno «riempito le piazze» dove ha fatto campagna elettorale. «Ho fatto alcune decine di migliaia di chilometri, ma ne è valsa la pena. Ne esco un pochino più magro, un pochino più stanco, ma più ricco». Alla fine, l’unica concessione al trionfalismo: «Tre mesi fa era impensabile una Lega fondamentale in Liguria o capace di tornare a vincere in Veneto. Per noi il lavoro inizia domani, per tanti partiti finisce stasera». Ad ammettere l’avanzata del Carroccio anche i cugini di Forza Italia: «Gli elettori hanno dato credito agli slogan duri, forti, aggressivi che la Lega ha messo in campo in questa campagna elettorale» ha spiegato Paolo Romani, capogruppo azzurro al Senato. «In questo contesto - ha continuato - vince il messaggio più forte che è quello di Salvini, è una presa d’atto abbastanza chiara». Infine la sinistra, resosi protagonista in Liguria dello sgambetto clamoroso a Renzi. Per il coordinatore di Sel Nicola Fratoianni «la sinistra si suicida solo quando decide di fare la destra, questo è il problema del Pd». «Noi abbiamo fatto una cosa semplice - ha continuato Fratoianni - abbiamo tenuto fermo un punto di vista. Abbiamo fatto una proposta di sinistra». «Perde la sinistra che fa la destra - dice ancora l’esponente vendoliano - perde la sinistra che fa una pessima riforma della scuola. Perde la sinistra che toglie l’articolo 18, che fa una legge elettorale e una riforma costituzionale che toglie democrazia ai cittadini». Non nasconde la sua soddisfazione neanche Sergio Cofferati, protagonista della sconfitta alle primarie liguri che ha anticipato la scissione civatiana: «Io non ho favorito nessuno. Quando il Pd, che ha fatto tutto da solo, ha deciso di escludere Sel dalle primarie ha messo in conto che ci sarebbero stati altri candidati a sinistra e il fatto che poi se ne siano aggiunti altri è nell’ordine delle cose. Poi vedremo gli altri dati ma intanti registro che c’è un calo del voto impressionante e che qui in Liguria è ai livelli più bassi». Replica piccatissima del renziano Ernesto Carbone: «Cofferati è più bravo come sondaggista che come candidato alle primarie. Peccato per lui che il suo livore si basi su exit poll».

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