Politica

Quella sinistra che vuole negare una Messa per i caduti della Rsi

Antonio Angelia.angeli@iltempo.it «Riposino in pace»: tutti i caduti in tutte le guerre del mondo ne hanno diritto. La morte «è una livella», diceva Totò, ma nonostante questo c’è chi vorrebbe...

«Riposino in pace»: tutti i caduti in tutte le guerre del mondo ne hanno diritto. La morte «è una livella», diceva Totò, ma nonostante questo c’è chi vorrebbe morti di serie A e di serie B. Come a Como dove, ogni anno, si celebra una Santa Messa per i caduti della Repubblica Sociale Italiana. La data scelta è a ridosso del 28 aprile, giorno della morte di Benito Mussolini. Quest’anno la Messa si è svolta, come voluto dagli organizzatori, nella giornata di ieri, ma tra amarezze e polemiche. Infatti, spiega il promotore Gian Alberto D’Angelo «con un sindaco sostenuto da una maggioranza di centrosinistra, con al suo interno anche una componente legata a Rifondazione comunista e Sinistra Ecologia Libertà, la richiesta di celebrare i caduti fascisti attorno al 25 aprile, anniversario della Liberazione, la si ritiene forse ancora più fuori luogo e da respingere». Ma la Messa s’è fatta comunque, senza bandiere e senza simboli: anche per la buona volontà di don Oreste Mori, cappellano del cimitero il quale non vuole e non può certo negare il conforto religioso a chi lo chiede. E tra i morti di seria A e serie B ci sono anche gli oltre 80 sacerdoti cattolici uccisi dai partigiani nel «triangolo della morte» tra Emilia e Romagna e per i quali oggi viene chiesta la beatificazione. La proposta, che in poche ore ha già raccolto migliaia di adesioni, è stata avanzata dal mensile Il Timone e rilanciata dal Giornale d’Italia di Francesco Storace con un articolo di Igor Traboni. Il Timone avanza la proposta nel 70° della Liberazione ricordando soprattutto Rolando Rivi, il martire ragazzino, il seminarista tredicenne che non volle smettere di indossare la tonaca neppure davanti alle minacce dei partigiani comunisti della sua zona e per questo venne ucciso. Rivi oggi è Beato, per decreto di Papa Francesco che firmò il documento tra i suoi primi atti, poco dopo essere stato eletto pontefice. Uguale riconoscimento si chiede per altri 80 uomini di fede, peraltro tutti già sacerdoti, uccisi proprio come Rolando e per mano della stessa ferocia partigiana. Una storia tragica e dimenticata che adesso Il Timone, diretto da Riccardo Cascioli, ricostruisce e presenta con un dossier che contiene tutte le storie dei preti uccisi. Dei 150 preti assassinati dalla violenza rossa, nel clima di vendette e ritorsioni, si legge nel dossier, un buon numero trovò la morte perché apertamente simpatizzante del Regime fascista. Pochi cadono vittime di errori e vendette personali per questioni banali: eredità e prestiti. «Ma c'è un numero che una ricerca storica degna di tal nome deve incaricarsi di definire in maniera scientifica e che attualmente si aggira sulle 70-80 unità che trova la morte in un contesto ideologico-politico». Preti che allora ebbero il coraggio di denunciare, anche pubblicamente dai pulpiti delle funzioni religiose, la presunta «liberazione» e le violente aberrazioni delle brigate partigiane. Come don Luigi Lenzini, la cui causa di beatificazione è stata già avviata e risulta essere a buon punto; oppure don Umberto Pessina, anche lui assassinato per il suo anticomunismo, come riconosciuto anche dalla giustizia, che dopo oltre 40 anni è riuscita a sollevare la solita cortina di fumo a suo tempo impressa anche su questa vicenda dal Pci.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.