Che Sergio Mattarella fosse una figura di contrasto con la deriva cialtron-caciarona della politica nostrana si era capito da subito. Morigerato, conduceva un’esistenza assai austera, lontana dalle consuetudini piuttosto fastose di chiunque, in Italia, abbia un ruolo di rilievo. Tuttavia, la sua attitudine alla compostezza e al silenzio aveva sollevato più di un dubbio sul fatto se sarebbe riuscito davvero a barcamenarsi in uno scenario monopolizzato da un premier piuttosto disinvolto nei modi e nell’approccio alle istituzioni. «Vedrete, Mattarella vi stupirà», fu il messaggio dei sodali post democristiani, che lo conoscono bene. Il problema, quindi, sarà nel motore diesel. In questi giorni, infatti, si stanno delineando pienamente tutte le preoccupazioni su un Mattarella sì uomo di Stato di alto profilo, ma con poca attitudine allo scontro, e per questo non incline a porre un argine all’esondare di Renzi. Eppure quanto accade negli ultimi giorni ha dell’inconcepibile. Dieci componenti della Commissione Affari Costituzionali della Camera, appartenenti alla minoranza Pd (tra cui l’ex segretario Pierluigi Bersani) vengono rimossi de imperio onde evitare inghippi nel passaggio dell’ Italicum e sostituiti con altri deputati più fedeli al premier. «È la democrazia», si schermisce Renzi, forse dimenticando che il primo presupposto della democrazia è avere governi eletti dal popolo. Successivamente, la legge passa in commissione come pura formalità, visto che le opposizioni hanno scelto l’ Aventino. Ed aleggia, intanto, il voto di fiducia per l’ Aula. In tutto questo, colpisce il silenzio di Mattarella. Specie ricordando le parole del suo applauditissimo discorso di insediamento di fronte al Parlamento riunito, in cui assicurò su di sé «la responsabilità di rappresentare l’unità nazionale», e in cui difese l’idea di un Parlamento che non fosse espressione «di un segmento della società o di interessi particolari», ma «dell’intero popolo italiano». E richiamò, il neopresidente Mattarella, anche l’importanza di bilanciare «l’esigenza di governo con il rispetto delle garanzia procedurali di una corretta dialettica parlamentare». Con queste premesse, viene quasi automatico, come mero esercizio di ragionamento, riportare alla mente gli anni in cui gli attori erano diversi, con Berlusconi che sedeva a Palazzo Chigi e Napolitano al Quirinale. Allora, dal Colle più alto, vi era ben vivo interventismo. Ricordiamo, per fare qualche esempio, la presa di posizione anti governativa di Napolitano sul decreto Eluana Englaro, nel 2009. E poi, sempre in quell’anno, le perplessità del Colle messe nero su bianco sul provvedimento riguardante le ronde cittadine. O ancora, nel 2011, lo stop al decreto sul federalismo fiscale. Eppure allora, pur navigando in acque sempre agitate, c’era un governo eletto dal popolo. Ora no. Siamo al terzo esecutivo di fila per grazia ricevuta, che va avanti di decreto in decreto aggiustando le cose come meglio aggrada, disdegnando il dibattito persino quando c’è da cambiare le regole del gioco. Tutto normale, dicono. Mentre il presidente della Repubblica, garante, parla solo d’altro, o non parla proprio. È vero, ci sta stupendo. Ma non come avremmo voluto.
Voleva difendere il Parlamento ma il Presidente è ligio al silenzio
Maggioranza e opposizione ai ferri corti. Nessun commento
