Politica

E anche De Benedetti adesso chiede a Renzi di rottamare il partito

Già la prima pagina è tutta un programma. Il titolo de l’Espresso «Un partito buttato», con tanto di foto del simbolo del Pd in un cestino pieno di cartacce, è un pugno nello stomaco per Matteo...

Già la prima pagina è tutta un programma. Il titolo de l’Espresso «Un partito buttato», con tanto di foto del simbolo del Pd in un cestino pieno di cartacce, è un pugno nello stomaco per Matteo Renzi e tutta la classe dirigente Dem. Perché l’attacco non arriva dalla stampa di destra, ma dal settimanale fiore all’occhiello del gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti. L’Ingegnere non è un imprenditore qualunque. La vulgata vuole che la mitica tessera numero uno del Partito democratico la detenga lui. Di più. Si narra che l’operazione Pd, cioè la fusione tra Ds e Margherita, sia stata una triangolazione che ha coinvolto Walter Veltroni, Francesco Rutelli e, appunto, lo stesso De Benedetti. Per questo se l’Espresso definisce il Pd un partito «travolto dalle inchieste. Infiltrato da affaristi e mafiosi. Con gli iscritti in fuga e la minaccia di una scissione», il messaggio non è dei più rassicuranti. Anche perché secondo il settimanale «il Pd si sta rottamando da solo» e Renzi «non riesce a frenare» tale «deriva». All’interno sette pagine sette che riepilogano tutti i tormenti democratici. L’editoriale firmato dal direttore Luigi Vicinanza è, se possibile, ancora più duro. Vicinanza ricorda i casi di Mafia Capitale e dell’inchiesta di Ischia, attacca la classe dirigente ex Ds, osservando come «una onorevole tradizine politica, tramandata dal Pci di Berlinguer, si spappola definitivamente in affarucci di bottega o in tangenti d’oro. Con le cooperative rosse sempre più spesso al centro di inconfessabili patti scellerati. Peggio del peggior capitalismo. Corruttori delle regole di mercato in nome di una solidarietà sociale perduta e umiliata». Basta? No, non basta. Perché il direttore, ricordando tutte, ma proprio tutte, le inchieste che hanno coinvolto esponenti di spicco del Pd - non mancano critiche a Massimo D’Alema - parla di «festival dei pasticci» tali «da mettere a rischio la sopravvivenza del Pd, con tutta l’arroganza della vecchia guardia». Per non parlare poi della situazione del partito romano e dell’ormai famoso rapporto Barca. Il messaggio è chiaro. Anche nel 1992 si pensava che la Dc non potesse mai morire, salvo poi passare dal 35% al 12% nell’arco di una notte e dissolversi. Per l’Espresso «il contenitore è corrotto. C’è ancora del contenuto da salvare». E Renzi, al quale «questo partito sta stretto», farebbe bene a occuparsene, perché - scrive Vicinanza - «la narrazione renziana è lontana dalla realtà. Non basta rottamare. Quel che resta del Pd va rifondato», perché «è in gioco la stessa credibilità el segretario e del suo progetto politico. Se non rinnova in casa, come può rinnovare l’Italia?». L’impressione è che questo Pd vada stretto anche a De Benedetti, che invita Renzi ad accelerare nel suo progetto politico: scissione controllata, rinnovamento della classe dirigente e Partito della Nazione. Parola di tessera numero uno.

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