Politica

E c’è chi rivuole dare i soldi ai partiti

Il gruppo di Sel alla Camera chiede di reintrodurre il finanziamento pubblico

Una proposta di legge per ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti, abolito appena un anno fa dal decreto 149/2013 convertito dalla legge numero 13 del 21 febbraio 2014. A presentarla alla Camera lo scorso 11 febbraio sono stati i deputati di Sinistra Ecologia e Libertà Giovanni Paglia, Arturo Scotto, Celeste Costantino, Gianni Melilla e Adriano Zaccagnini. A distanza di un anno dall’abolizione del finanziamento pubblico - sostituito da una contribuzione volontaria o direttamente ai partiti o tramite la devoluzione del due per mille - Sel tenta di reintrodurlo attraverso l’istituzione di un Fondo presso il ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel testo del ddl numero 2.873 («Istituzione del Fondo per il finanziamento dei partiti e dei movimenti politici»), i deputati vendoliani affermano che i principali Paesi senza finanziamento pubblico sono Venezuale, Botswana, Egitto, Pakistan, Myanmar e Zimbabwe, nazioni con «situazioni politico estremamente complesse», anche dittatoriali. Per Sel «abolire il finanziamento pubblico significa battere una strada poco usuale nel mondo, con tutti gli intuibili rischi rispetto all’equilibrio democratico del Paese». L’idea di reintrodurre il finanziamento pubblico viene poi motivata con la «necessità di gaantire l’accesso alla competizione politica anche ai ceti meno abbienti»m così da consentire a tutti i cittadini di «concorrere a determinare la politica nazionale», come recita l’articolo 49 della Costituzione. Nella proposta di legge, poi, si fa esplicito riferimento al ruolo sociale del partito, «il luogo naturale per i icttadini di concorrere con metodo emocratico a determinare la politica nazionale. Di vitale importanza è, quindi, incoraggiare anche il finanziamento di tali preziosi luoghi». E se da un lato è vero che la forma partito è entrata da anni in crisi e gli iscritti sono diminuiti, tale «calo di iscrizioni comporta una riduzione delle quote associative, in un’epoca che vede le spese dei partiti in costante aumento». Finanziare i partiti vuol dire quindi far sì che lo Stato - cioè i cittadini - si faccia carico dei costi della democrazia per riavvicinare gli italiani ai partiti tradizionali e, conseguentemente, alla politica. Ma come funzionerebbe tale finanziamento pubblico? Presso il Mef - è la proposta di Sel - viene istituito un Fondo ad hoc, alimentato annualmente in sede di legge di stabilità con un euro per ogni voto regolarmente espresso nel corso delle ultime politiche. Alle elezioni del 2013 per la Camera dei Deputati votarono 35.270.926 italiani su 46.905.154 aventi diritto. A questi vanno aggiunti oltre 1,1 milioni di votanti (su 3,4 milioni di aventi diritto) all’estero. Ogni anno - cioè fino alle prossime elezioni, quando il budget verrà aggiornato in base al numero degli elettori che si saranno recati ai seggi - ai partiti politici andrebbero oltre 36 milioni di euro. Ad avere diritto al finanziamento sono tutti i partiti o movimenti che hanno almeno un eletto in Parlamento o al Parlamento Europeo o in almeno tre consigli regionali e che abbiano partecipato alle ultime elezioni politiche nella misura massima annuale di un euro per ogni voto conseguito. I partiti, con quei soldi, possono sostenere le spese per personale, attività di stampa, affitti delle sedi, comunicazione e organizzazione di eventi politici. Tutte le spese devono però essere rendicontante con una richiesta trimestrale corredata di fatture, contratti, avvenuti pagamenti che l’amministrazione liquida previa verifica. Il Fondo provvede a mettere on line tutti i dati. La proposta di legge è stata assegnata alla Prima Commissione della Camera lo scorso 20 marzo. Ora la palla passa al Parlamento: deputati e senatori cancelleranno l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti approvata appena un anno fa?

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