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Lo accusano di mafia, giudice si suicida

Giancarlo Giusti fu ritenuto vicino alla ’ndrangheta e per questo era stato abbandonato da tutti LEGGI ANCHE Magistrati vittime di inchieste ingiuste

Giancarlo Giusti, prima in forza al tribunale delle esecuzioni immobiliari di Reggio, poi Gip a Palmi, era stato arrestato su disposizione della distrettuale antimafia di Milano nel settembre del 2012. Pesantissime le accuse ipotizzate dai magistrati, secondo cui Giusti avrebbe finito per piegarsi ai desideri del boss Lampada – che era riuscito ad "agganciare" l’ex giudice durate un soggiorno a Venezia – in cambio del pagamento di soggiorni in alberghi e resort di lusso. Accuse pesanti che avevano portato ad una condanna, in primo grado, a quattro anni di reclusione e a cui si erano aggiunte, nel 2014, altre ipotesi di reato che vedevano l’ex giudice a stretto contatto con il clan Bellocco di Rosarno, che avrebbero comprato a caro prezzo, una sentenza di scarcerazione per fatti di mafia maturati a Bologna. Giusti si era sempre difeso dalla accuse, proclamando la sua innocenza e confessando di avere sbagliato come uomo, ma mai come magistrato. La pubblicazione di alcune intercettazioni e la sentenza di condanna lo aveva trascinato in un vortice di depressione: lo stesso baratro che, l’ex magistrato aveva tentato di colmare con l’amore clandestino garantito dagli incontri con le escort. «Ti affido un compito – aveva scritto Giusti dal carcere di Opera al suo avvocato, Paolo Carnuccio, una manciata di giorni prima del suo primo tentativo di suicidio – per sabato 6 ottobre ho detto alla mamma dei miei figli di portarli. Assicurati che si organizzi. Te lo chiedo come un fratello! Devo vedere i figli o posso morire. Invece devo essere forte per la certa vittoria finale! Dillo anche a mia sorella. Fate il possibile». Da quel baratro di depressione e solitudine Giusti non si era mai rialzato. «A Milano, mi accorgo che per mantenere Simona occorrono soldi. Fatto amore. Meglio essere chiari con lei: aspettare di fare affari o non vederci più. Non voglio spendere soldi se non per i figli. Lo stipendio serve solo a questo!». Sono alcune delle frasi annotate dall’ex giudice suicida nel suo diario elettronico rinvenuto dagli inquirenti dopo l’arresto dell’ex magistrato. I ricordi delle serate milanesi erano diventati un ossessione per Giusti che, accanto ai resoconti degli incontri, annotava la sua disperazione per essere rimasto solo e le sue paure di finire invischiato in qualche indagine: «Mi rendo conto, estratto conto alla mano, che spendo più di quanto guadagno – scriveva ancora il giudice sul computer - Mi terrorizza la possibilità che vadano in giro vantando la mia amicizia e millantando credito (...) È necessario che il mio nome non venga più associato al loro». Sprazzi di lucidità annotati analiticamente dall’ex giudice che al proprio confessore elettronico raccontava di «Disperazione e sconforto. Cammino in un deserto infinito»: un deserto finito appeso ad un cappio, per l’uomo che credeva nella giustizia e che si era sempre proclamato innocente.

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