È tutto sempre molto relativo quando si parla di cambi di casacca in politica. Eccetto che a Napoli dove la Procura si è specializzata, negli ultimi sette/otto anni, nelle inchieste su compravendite (presunte) di parlamentari passati dal centrosinistra alla corte di Silvio Belzebù. Ma mai viceversa, però. Nel 2008, i pubblici ministeri indagarono il capostipite di questa «vil razza dannata» Sergio De Gregorio per il suo trasferimento dai banchi senatoriali di Italia dei Valori al Pdl di un anno prima, durante il Governo Prodi. Con lui finì sott'inchiesta anche Berlusconi, ovviamente. Dopo un ping pong con Roma e una richiesta d'archiviazione per entrambi, nel 2013 il fascicolo è stato riaperto sulla scorta delle dichiarazioni autoaccusatorie dello stesso De Gregorio che, pentitosi, ha confessato ai pm di aver ricevuto tre milioni di euro (due dei quali in nero) per accasarsi sotto lo stendardo di Arcore. Oggi sono alla sbarra per corruzione il Cav e l'immancabile Valter Lavitola. L'ex senatore dipietrista ha patteggiato 20 mesi, invece. E, al netto della prescrizione che incombe, il processo non è che sia ricco di grandi colpi di scena. Almeno per l'accusa. Chiamato a deporre in aula, infatti, Prodi ha candidamente ammesso di non aver avuto alcun tipo di sospetto. Aveva sentito delle «voci», rumors di palazzo ma nulla di più. E sulla stessa lunghezza d'onda sono stati anche gli interrogatori degli altri testimoni. Antonio Di Pietro ad Anna Finocchiaro, giusto per dire. Non proprio berluscones della prima ora. Sempre all'ombra del Vesuvio è partita, l'anno scorso, l'indagine gemella che dovrebbe (vorrebbe) puntare a scoprire eventuali altri casi di corruzione tra le fila del centrosinistra in occasione del voto di sfiducia del 4 dicembre 2010 nei confronti dell'allora premier Berlusconi. Mozione promossa dal Pd e avallata dai futuristi del presidente della Camera Gianfranco Fini. Sono finiti sott'osservazione (investigativa) dieci parlamentari che avrebbero votato a favore del Cav contro le indicazioni di partito in cambio di soldi o incarichi (almeno così sospetta l'accusa). I finanzieri del nucleo di polizia tributaria si sarebbero in particolare concentrati su quattro nomi: Catia Polidori, poi nominata sottosegretario allo Sviluppo economico; Maria Grazia Siliquini, designata nel cda delle Poste; Giampiero Catone, diventato sottosegretario all'Ambiente; Silvano Moffa, eletto presidente della Commissione Lavoro della Camera. Di tracce e indizi manco a parlarne, finora. Anche perché una parte del procedimento è stata nel frattempo trasferita a Roma dove il pm, letti gli atti dei colleghi partenopei, ha già iniziato a usare le forbici per sfrondare qua e là con una serie di richieste di archiviazione.
Se va verso destra l’esodo diventa reato
