Morire renziani, tornare berlusconiani o provare a tenere vivo il progetto di Ncd. Il day after del voto per il Quirinale assomiglia, per il partito di Alfano, al punto di non ritorno. E tra le tre opzioni in campo l’unica appetibile sembra la terza. Non perché sia la migliore, ma semplicemente perché le altre sono impraticabili: Renzi non è interessato a particolari campagne acquisti nei confronti dei centristi ma piuttosto a recuperare il rapporto con i berlusconiani. E Forza Italia è talmente disastrata da non costituire più una destinazione così attrattiva. UN PARTITO SENZA GUIDA Non resta quindi che rimboccarsi le maniche e provare a salvare il salvabile di Ncd. È in questo senso che si sono svolti, ieri, una serie di «bilaterali» tra Alfano e i vari esponenti del partito. C’è chi ha detto addio, come Barbara Saltamartini pronta a trasferirsi nella Lega. Ma c’è anche chi, come Fabrizio Cicchitto, ha confermato fiducia ad Angelino a patto che faccia una scelta: o il Viminale o il partito. Finora il leader non ne ha voluto sapere. Ma ora qualcosa potrebbe cambiare. Perché se a lasciare il governo non sarà Alfano, potrebbe pensarci Maurizio Lupi. Le voci di un rimpasto sono insistenti e l’ipotesi è che, in un vorticoso giro di poltrone, proprio il ministro ciellino potrebbe lasciare le Infrastrutture mentre Quagliariello rientrerebbe, magari alla Pubblica Istruzione. Lupi non fa nulla per fermare queste ipotesi: «Alfano non è in discussione - spiega - ma occorre essere più chiari rispetto sul ruolo che l’area popolare intende recitare nei prossimi mesi». Il nodo è il rapporto con il governo, e Lupi è assai meno conciliante di Alfano: «A Renzi diciamo che non siamo nati per fare i cespugli, non siamo attaccati alle poltrone e non siamo abituati a fare i tappetini». Concetto ribadito dalla capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo. L’ULTIMO CHIUDA LA PORTA Il confronto andrà in scena in una direzione nazionale che sarà convocata presumibilmente subito dopo il giuramento di Sergio Mattarella. Ma intanto la fuga dal partito continua. Dopo la Saltamartini, hanno salutato due esponenti emiliani, l’ex sindacalista Giuliano Cazzola e l’ex senatore Filippo Berselli. Quest’ultimo ha usato parole di fuoco sul modo «penoso» con cui è stata gestita la partita del Quirinale. Nel pomeriggio di ieri si era diffusa la voce dell’addio di altri sei senatori, tra cui Laura Bianconi, una degli undici firmatari del documento di appoggio a Mattarella che aveva fatto infuriare Sacconi. La stessa Bianconi ha però smentito a stretto giro l’ipotesi ribadendo fiducia ad Alfano. RANCORI PERSONALI Il problema, spiegano da Ncd a microfono spento, è che i nodi politici si possono ricomporre, ma le fratture personali no. Le cronache di quanto successo negli ultimi giorni raccontano di un partito devastato da faide territoriali e da troppi capibastoni. Tra quelli pronti a rompere con Alfano per abbracciare Renzi c’è il gruppo dei calabresi, una volta «fedelissimi» di Scopelliti: i senatori Aiello, Bilardi, Gentile. Che a loro volta avrebbero rapporti stretti sia col ministro Lorenzin che con i forzisti vicini a Verdini. Da un’altra parte ancora c’è l’area di Renato Schifani, che sotto sotto sperava di essere lui il candidato di bandiera dei centristi al Quirinale e ancora aspetta un risarcimento, magari nel ruolo di capogruppo al Senato al posto di Sacconi. Un dedalo di gelosie e antipatie personali che tradisce tutti i problemi di una gestione lasciata al caso. Un peccato che, ora, neanche i fedelissimi sarebbero più disponibili a perdonare ad Alfano.
Ncd addio, si frantuma in mille pezzi
Sfida Lupi-Alfano sulle macerie: uno dei due lascerà il governo per il partito Ma intanto continua la fuga: dopo Saltamartini lasciano Cazzola e Berselli
