Sembra fatta per Sergio Mattarella. Sul Colle salirà quasi certamente una figura grigia non solo nella chioma, un democristiano della ex sinistra Dc che tanti guasti ha provocato al Paese, paladina di quel solidarismo terzomondista capace di bloccare regole, riforme e crescita civile, riuscendo infine a rendere granitico l’immobilismo che ci ha portato alla palude odierna. Mattarella, persona di certo onesta e coerente, fu esponente di primo piano delle stagioni del consociativismo, quando tutti davano l’impressione di inseguire obiettivi alti, ma poi si mettevano d’accordo nel lasciare le cose come stavano. Chi aveva detto che non saremmo morti democristiani? Mai profezia fu così errata. Se domani Mattarella diventerà a tutti gli effetti il 12° presidente della Repubblica, si potrà dire che la vecchia Dc è ritornata in sella alla grande, con Renzi alla sua guida e con la pattuglia di ex comunisti rifugiatisi nel Pd ridotti a corrente interna della resuscitata balena bianca. E ritorna, brutta riesumazione postuma, qualcosa di Oscar Luigi Scalfaro, uno dei peggiori inquilini del Quirinale che Mattarella, alla vigilia della scadenza del suo mandato presidenziale, aveva addirittura proposto per un secondo settennato, per fortuna scongiurato dal crescente peso acquisito dal centrodestra. Sergio Mattarella, da circa otto anni lontano dalla politica attiva, è nato a Palermo il 23 luglio 1941 e dal 2011 è giudice costituzionale. Il padre Bernardo fu uno dei fondatori della Dc siciliana, ma anche accusato di essere molto vicino alla mafia, da lui traghettata, secondo alcuni storici, dalla militanza monarchica e separatista nella Dc lanciata nell’occupazione del potere e nella conquista delle istituzioni. Il fratello Piersanti, governatore della Sicilia, avrebbe riscattato questa immagine negativa rivelandosi instancabile oppositore di mafia e corruzione, sempre in prima linea nel denunciare lo strapotere delle cosche e le collusioni con la politica. Il 6 gennaio 1980 sarà ucciso in un agguato tesogli da Cosa Nostra, proprio sotto gli occhi del fratello, fra le cui braccia morirà. Nel 1983 Sergio Mattarella, allora avvocato e docente di diritto parlamentare all’università di Palermo, decide di raccoglierne l'eredità e viene eletto deputato con la Dc. Negli anni ’80 è ministro dei Rapporti col Parlamento nei governi De Mita e Goria, poi ministro dell’Istruzione col VI governo Andreotti, ma nel 1990, insieme ad altri quattro ministri, si dimette dall’incarico per protestare contro l’approvazione della legge Mammì, che a suo dire favoriva le reti Fininvest. Quando il governo Andreotti chiede la fiducia, Mattarella dichiara: «Naturalmente la voteremo, ma abbiamo fatto bene ad uscire dal governo». Dopo lo scioglimento della Dc è uno dei promotori del Partito popolare e nel 1996, anno della vittoria elettorale dell’Ulivo di Romano Prodi, è nominato capogruppo alla Camera. Dimessosi il governo Prodi, ricopre l’incarico di vicepremier nel nuovo governo D’Alema, che nel suo secondo esecutivo lo nominerà ministro della Difesa. Sarà deputato nella lista dell’Ulivo fino al 2008, per diventare il 5 ottobre 2011 giudice della Corte Costituzionale. Di lui poco o niente si ricorda nei vari ruoli di ministro, ma ha legato il suo nome forse alla migliore legge elettorale avuta dall’Italia, nota come Mattarellum, varata nel 1993, il 75% di maggioritario e il 25% di proporzionale, che proprio perché tale sarebbe stata sostituita nel 2013 dal famigerato Porcellum. Mattarella senza prevederlo, con la sua legge avrebbe spianato a Berlusconi il trionfo del ’94. Nasce probabilmente da quella clamorosa vittoria del Cavaliere l’incompatibilità personale e politica fra i due. «Un incubo irrazionale»: così Mattarella avrebbe definito l’ingresso di Forza Italia nel Ppe, a marcare la sua netta distanza da Berlusconi, una incompatibilità persino fisica, oltre che nei modi di essere e di esprimersi. E da giudice della Consulta, Mattarella sarà fra i più impegnati a sostenere l’incostituzionalità del Porcellum, divenuto caro proprio a Berlusconi. Da domani sarà Capo dello Stato un personaggio quasi del tutto sconosciuto nelle cancellerie europee, un timido e riservato studioso, pescato nelle ovattate stanze della Consulta, dove forse Mattarella si era con piacere rifugiato per concludere fra i codici la sua vicenda politica e pubblica. Probabilmente è stata proprio la sua riservatezza, il suo non essere protagonista, l’apparente distanza dai complicati giochi politici del nostro tempo, a convincere Renzi di portare sul Colle una persona che non dovrebbe fargli ombra, potenzialmente addomesticabile, addirittura in grado di consolidare la cappa di potere che il giovane premier ha steso sull’Italia. Certo, i saloni del Quirinale hanno cambiato più di un presidente. Scalfaro, a cui Mattarella si ispira («il migliore che il Paese potesse avere» disse di lui un volta), si presentò coi modi curiali di pacioso curato di campagna, per poi rivelarsi un sottile tessitore di trame utili a far cadere governi voluti dagli elettori, ma a lui non graditi. I suoi veti su nomi di ministri, un interventismo fuori da ogni regola costituzionale, sono nella storia. Berlusconi fu una sua ossessione, le vittorie del centrodestra un incubo infinito. Per il momento, Renzi ha fatto strike, ma imponendo Mattarella a dispetto del Cavaliere e di Alfano, ha rotto il patto del Nazareno e costretto nel futuro Berlusconi e Forza Italia a un’opposizione vera, non solo apparente come quella esercitata fino a poche ore fa. Soprattutto bisognerà vedere se Mattarella, una volta sedutosi sulla poltrona presidenziale, sarà il docile facilitatore dei desideri renziani. Certamente la sua freddezza («in confronto a lui Forlani è un movimentista» disse Ciriaco De Mita) dovrà essere interpretata e decifrata. Ma questa è storia dei prossimi mesi.
Con Mattarella il grigio torna di moda
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