Politica

L’esempio di Einaudi, l’ultimo a comportarsi da semplice notaio

di Corrado Sforza Fogliani Quando si parla di Einaudi come presidente della Repubblica (uso la grafia che usava lui, nemico acerrimo delle maiuscole) tutti, irrimediabilmente, lo definiscono un...

Quando si parla di Einaudi come presidente della Repubblica (uso la grafia che usava lui, nemico acerrimo delle maiuscole) tutti, irrimediabilmente, lo definiscono un «notaio». Ma non fu così, e i più anziani, ricordano del resto la vicenda del governo Pella. Piuttosto, egli fu il «tutore» dell’osservanza della Costituzione, come egli stesso il 12 maggio 1948 definì la propria funzione nel primo messaggio alle Camere da presidente (79 righe in tutto, in sedicesimo), aggiungendo solo che la nostra legge fondamentale afferma «due principi solenni»: «conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza». Concluse: «A quest’opera sublime di elevazione umana noi tutti, parlamento, governo e presidente siamo chiamati a collaborare». Ed Einaudi alla «collaborazione» (intesa come esposizione di «riflessioni, non consigli, né avvenimenti») ispirò il proprio ruolo e i propri rapporti con gli organi costituzionali, nonché il cerimoniale e - soprattutto - la prassi repubblicana (che egli per primo dovette individuare, indicare e seguire). Nello «Scrittoio del presidente», Einaudi fa presente che tre sono le norme costituzionali alle quali, in special modo, egli si attenne nell’esercizio del proprio mandato: l’articolo 74, l’articolo 87 e l’articolo 95. Il primo, afferma nel suo primo comma: «Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle camere chiedere una nuova deliberazione» (grafia di Einaudi, anche per le successive norme che si citeranno). La facoltà del presidente - scrive sempre Einaudi - è solo formalmente illimitata, trovando invece il proprio limite nella norma generale costituzionale (art. 70) che stabilisce che «la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere». In ossequio a tale principio, lo statista fece uso della facoltà in parola «in alcuni pochi casi, che parvero particolarmente rilevanti». L’articolo 87, 1° e 4° comma, dal canto suo, afferma: «Il presidente della Repubblica… autorizza la presentazione alle camere dei disegni di legge di iniziativa del governo». L’indagine interpretativa della volontà dei costituenti si fa qui particolarmente penetrante, ed Einaudi ritenne che questa norma influisca - prima di tutto - sulla stessa facoltà di messaggio esaminata (nel senso che, avendo già autorizzato la presentazione di un disegno di legge governativo, il presidente non può rinviare alle camere una legge che non stravolga il disegno di legge originario) e - in secondo luogo - che la norma in questione non possa che essere letta in coordinamento con la disposizione di cui al citato art. 95, 1° comma, 1° periodo: «Il presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile». Insomma, «la politica del paese - sono parole di Einaudi - spetta al governo il quale abbia la fiducia del Parlamento e non invece al presidente della Repubblica». Per questo, quando Einaudi trasmise le sue osservazioni al governo, le stesse non ebbero mai «indole di critica, sibbene di cordiale collaborazione e di riflessioni comunicate da chi, anche per ragioni di età, poteva essere considerato un anziano meritevole di essere ascoltato». Non era «mio ufficio influire sulla politica del governo» e se lo avessi fatto - scrive lapidariamente Einaudi - mi sarebbe parso «usurpazione di poteri altrui». Dopo il Capo provvisorio dello stato (De Nicola), Einaudi fu - com’è noto - il primo nostro presidente. Si comportò da presidente di una Repubblica parlamentare, quale i costituenti vollero. Dopo di lui, le cose sono andate come sappiamo. *Presidente di Confedilizia

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