C’è una comunanza politica, oltre che culturale, a unire Matteo Renzi a Silvio Berlusconi. È l’assenza di complesso nei confronti della magistratura. Se questa comunanza nasconda anche un successivo intendimento programmatico sarà il tempo a dirlo, ben più esplicitamente dei tanti sussurri che incorniciano il Patto del Nazareno. Per ora, partiamo dalla cronaca, recente e passata. Renzi aveva iniziato bene e i primi abboccamenti con la categoria furono così positivi che l’Anm, in un comunicato, salutò nel marzo scorso «l’ampia convergenza sull’analisi e sull’individuazione delle priorità» con il governo e la necessità di far tesoro del «clima favorevole». Clima che però è cambiato ben presto, e il duello di questi giorni è soltanto l’ultimo capitolo di una prolungata ostilità. Il «nodo ferie» si incastra benissimo nella narrazione renziana che solleva gli indignati appetiti dei cittadini mettendo in vetrina malfunzionamenti e privilegi. A cui si lega anche il «chi sbaglia paga» riferito al principio della responsabilità civile dei magistrati, di cui Renzi è un grande promotore. Ma c’è un’altra pietra focaia, e riguarda l’ormai tradizionale inclinazione all’esposizione mediatica di certa magistratura. «Parlino con le sentenze e non con le interviste», ha detto più volte Renzi, toccando il nervo scoperto di quella spettacolarizzazione di indagini e processi che, da Tangentopoli in avanti, ha portato molto spesso il giudice a sconfinare nel ruolo di attore politico e totem morale. Dal suo canto, l’Anm ha sempre cercato di parare il colpo. Marcello Maddalena, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino ha accusato l’altro ieri il premier di essere come il Napoleon di Orwell, che sfruttava gli animali della fattoria fino a farli «crepare». Detto per inciso: Napoleon era un maiale. Ma gli strali dei togati contro Renzi hanno riguardato anche l’«inadeguatezza dei progetti di riforma» e le «riforme in larga parte più annunciate che realizzate». Tuttavia, per toni e parole usate, la contesa sulle ferie può essere considerata un vero e proprio punto di rottura. Esito, tuttavia, non ancora paragonabile alla guerra campale che Silvio Berlusconi ebbe con i magistrati nel periodo 1994-2013. In cui le vicende processuali personali del leader azzurro si intrecciarono, fusero e a volte confusero con i tentativi di cambiare il sistema giudiziario e contestuali reazioni dei magistrati. Il primo colpo di questa guerra fu sparato il 22 novembre 1994. Berlusconi, da premier, stava presiedendo a Napoli la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità transnazionale e ricevette un invito a comparire dalla Procura di Milano su un’inchiesta riguardante presunte tangenti alla Guardia di Finanza. L'ultimo colpo - ma non è detto che sia quello finale – è consistito nella condanna per frode fiscale da parte della Corte di Cassazione. In mezzo, un’epica di personaggi divenuti icone mediatiche (da Stefania Ariosto a David Mills, da Ilda Boccassini alle Olgettine) e di battaglie politiche. Dall’una e dall’altra parte. Fu, ad esempio, un gesto politico il «resistere, resistere, resistere» che Francesco Saverio Borrelli, nel 2002, da Procuratore Generale di Milano, pronunciò inaugurando l’anno giudiziario. Un vero e proprio richiamo alla barricata contro le riforme che aveva in mente il governo Berlusconi e che Borrelli, interpretando il sentimento di una non trascurabile parte della magistratura, vedeva come «punitive». Se la politica è fatta di parole ad effetto, Berlusconi, negli anni, non è stato da meno. Dalla continua denuncia di persecuzione da parte dei «giudici di sinistra» fino alla constatazione che «i magistrati sono antropologicamente diversi». E ancora, l’immenso capitolo delle cosiddette leggi ad personam. A questo proposito, la saldatura tra sinistra politica, parte della magistratura e stampa giustizialista ha creato una cortina di nebbia che ha impedito all’opinione pubblica di coglierne il contenuto oggettivo. Le leggi per l’immunità (l’ultimo, il lodo Alfano, fu scalzato via dalla Corte Costituzionale), le leggi sul legittimo sospetto e legittimo impedimento ne sono solo un esempio. Un campo di battaglia affollatissimo, dunque, che ha sempre reso molto difficile il confronto sull’equilibrio tra il rispetto dei diritti e la certezza del diritto.
Matteo e Cav, premier «allergici» alle toghe
Accomunati dall’assenza di sudditanza con i pm
