Politica

Delrio alla «processione» ad alto tasso criminale

Segnalazione alla Direzione nazionale antimafia

E ritorniamo sempre alla stessa amletica questione: quanto vale, dal punto di vista investigativo, la parentela di una persona perbene con un mafioso? Si può rischiare il fallimento della propria azienda perché il caso e l'anagrafe hanno portato in dote legami familiari ad alta tensione? Prendete la storia di Giuseppe Iaquinta, papà del calciatore campione del mondo che ha giocato anche nella Juventus fino all'anno scorso. Un bel giorno perde appalti e fidi bancari perché sui giornali è esplosa la notizia che la Prefettura di Reggio Emilia gli ha negato l'iscrizione alla «white list» per prendere parte ai bandi pubblici con la sua «Costruzioni Iaquinta srl». Nella sua famiglia, dice il provvedimento di Palazzo di Governo, girerebbe brutta gente e dunque, per contagio, anche lui diventa poco raccomandabile. Segue lista: suo cognato, Rosario Sorrentino, è stato ucciso in una guerra di mafia. La sorella Maria è sposata con un «soggetto di interesse operativo» perché frequentatore di pregiudicati. Il nipote è fidanzato con la figlia di un boss. Ma non solo. All'origine della bocciatura ci sono altre due circostanze che Iaquinta contesta duramente: la partecipazione dell'imprenditore a una cena elettorale indetta da un esponente di Forza Italia, a cui si trova con decine di altri partecipanti alcuni dei quali legati alle cosche (ma lui non li conosceva); e la presenza della sua auto nei pressi della chiesa in cui si stavano svolgendo i funerali di due picciotti della 'Ndrangheta assassinati in un regolamento di conti (ma lui alle esequie non c'è mai stato). Questo è tutto. Indizi o prove di responsabilità personale non esistono. Le carte della ditta, i conti correnti, i dipendenti: è tutto in ordine. Iaquinta, insomma, finisce sul lastrico per questo mix micidiale di sospetta mafiosità che può andar bene, forse, per un romanzo noir ma che appare un po' insufficiente per sradicare un'attività economica dal tessuto produttivo. Tant'è che Iaquinta, assistito dall'avvocato Carlo Taormina, quando si rende conto che sta ormai con l'acqua alla gola tra commesse perse e conti correnti prosciugati, corre in Procura, a Bologna, e denuncia per falso ideologico in atto pubblico, abuso d'ufficio e calunnia quanti, a livello prefettizio o investigativo, hanno avvalorato la ricostruzione che lo sta affondando. Ma va pure oltre, il costruttore: si autodenuncia per associazione mafiosa. In questo modo - pensa - sarà aperta un'inchiesta che accerterà l'infondatezza dell'informativa prefettizia. È una mossa disperata com'è disperata la situazione. Iaquinta, è bene chiarirlo, non è indagato sulla base della relazione della Prefettura. Né mai lo sarà perché la Dda felsinea quell'esposto, a quanto pare, non lo prende in considerazione e lascia cadere la cosa. Alla fine, Iaquinta paga il clamore mediatico e l'appartenenza alla comunità calabrese di Cutro, trapiantata a Reggio Emilia. Quella stessa comunità «a rischio», secondo la lettura dei fatti della Prefettura, che l'allora candidato sindaco Graziano Delrio - oggi braccio destro di Matteo Renzi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio - non ha problemi a visitare in occasione della «Processione del Cristo». Una cerimonia religiosa ad alto tasso mafioso dove non è raro imbattersi in pregiudicati e picciotti della 'Ndrangheta. Il ragionamento che Iaquinta e Taormina esprimono in una segnalazione al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti è sostanzialmente una domanda: se il contagio con gli ambienti calabresi è motivo sufficiente per affibbiare l'etichetta di «soggetto a rischio» al costruttore, lo stesso discorso deve valere anche per Delrio che, a differenza di Iaquinta, andava a caccia non di appalti ma di voti. E il popolo cutrese è assai numeroso a Reggio Emilia.

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