Nel novembre del 1989 l’allora segretario del Pci Achille Occhetto annunciò la cosiddetta «svolta della Bolognina», l’inizio del processo che, poco più di un anno dopo, portò alla morte del Pci e alla nascita del Partito Democratico di Sinistra. Venticinque anni dopo, dal nome non è sparita solo quella desinenza, «di sinistra». Ma con l’ultima evoluzione del Patto del Nazareno Renzi sembra aver cancellato dal dna del centrosinistra anche le ultime radici di quel Pci. Onorevole Achille Occhetto, quella di Renzi è un’altra « Bolognina»? «Mi sembra un’accostamento francamente improponibile. Nel primo caso parliamo di una grande svolta, nel secondo solo di piccole furbizie. Il Partito Democratico è andato avanti di degenerazione in degenerazione, questa mi sembra semplicemente la degenerazione finale. Mi fanno sorridere quelli che sostenevano che con Renzi sarebbe cambiato tutto in positivo, e solo perché aveva certificato l’iscrizione del partito ai Socialisti europei. Io, del partito socialista europeo, sono stato uno dei fondatori». Lei si aspettava quest’ultima svolta renziana? Pensava che sarebbe arrivato a sostituire i voti della minoranza di sinistra con quelli di Berlusconi? «Ci avrei giurato che finiva così, lo capii fin dall’inizio. Avendo intrapreso un cammino di quel tipo, o finiva in un vicolo cieco o continuava ad andare avanti a occhi chiusi, fino alle estreme conseguenze. Non ci vedo nessuna grande svolta sistemica, però. Ripeto: è solo una mossa tattica». Crede che la minoranza Pd abbia compreso le intenzioni del segretario troppo tardi? In fondo, non ha molto senso smarcarsi sui capilista bloccati dopo aver approvato il Jobs Act... «La minoranza non è un monolite, ma ha componenti diverse. C’è una parte conservatrice che non rappresenta la sinistra ma ha come unico obiettivo la conservazione del potere. Il cosiddetto apparato. E poi c’è una parte più innovatrice, penso ai civatiani. Meriterebbero due discorsi diversi ma in definitiva entrambe ritenevano di poter cambiare il corso del renzismo dall’interno. Ora hanno capito che è impossibile». Crede che a questo punto una scissione sia inevitabile? «Una scissione adesso non avrebbe molto senso. Far nascere un altro partito di sinistra rappresenterebbe un’operazione che andrebbe molto oltre le attuali dinamiche interne al Pd. Nel medio-lungo periodo, invece, ritengo che una nuova forza di sinistra sia inevitabile». E nel frattempo cosa dovrebbe fare chi una volta votava per il Pci? «Al momento non vedo grandi alternative, specie con l’attuale nomenclatura. L’innegabile crisi della sinistra necessità di qualcosa che prenda origine da un movimento di fondo nella società». In Grecia e Spagna, con Syriza e Podemos, è successo. Non potrebbe ripetersi lo stesso fenomeno anche in Italia? «Mah... se in Italia si pensa di importare Tsipras mettendo insieme spezzoni della vecchia sinistra si cade in un grosso equivoco. Syriza nasce come movimento popolare. È innutile pensare di scimmiottarlo con operazioni di palazzo». Marine Le Pen sostiene che non esiste più la frattura tra destra e sinistra, ma quella tra l’alto e il basso della società. Ieri Giorgia Meloni ha dichiarato di fare in tifo per Tsipras in Grecia. Cos’è successo? È davvero il funerale delle ideologie? «Certamente gli schemi attuali sono diversi da quelli di una volta. Ma non penso si possa affermare che destra e sinistra non esistano più. Basterebbe citare il tema dell’uguaglianza, la scelta di considerarla o meno il motore dello sviluppo economico. Se pensa che oggi molti premi Nobel nati come neoliberisti ammettono come il modello del benessere "a cascata" abbia fallito e sia necessario rimettere l’uguaglianza alla base del processo di sviluppo, è facile dimostrare come le ricette di destra e sinistra restino profondamente diverse. Certo, il modello non è più quello del ’900, quello dei due grandi blocchi contrapposti. Va aggiornato completamente».
Occhetto: «Altro che Bolognina Matteo è un opportunista»
