Politica

Ventinove no al diktat di Matteo

La minoranza Pd esce dall’Assemblea in Senato contro l’Italicum voluto dal premier

Lo «strappo» arriva all’assemblea del Pd: 29 senatori trovano il coraggio di opporsi a Matteo Renzi in una riunione del partito sulla legge elettorale e al momento del voto escono e abbandonano l’aula. Non è la prima volta che i Democratici si spaccano ma mai con un numero così alto. E quello che è accaduto ieri oggi si ripeterà, ma con maggior fragore, quando a palazzo Madama si voterà l’emendamento firmato dal bersaniano Miguel Gotor che chiede di modificare l’Italicum sul punto dei capolista bloccati: i dissidenti hanno assicurato che non faranno un minimo passo indietro e lo appoggeranno in dissenso al proprio partito. E insieme a loro ci saranno anche i grllini e i senatore di Sel, andando così a formare quella che per adesso sembra ancora una nebulosa galassia di un futuro partito di sinistra. Che la minoranza dei Democratici stavolta non volesse mollare di un millimetro si era già capito dalla mattina quando il leader dei dissidenti a palazzo Madama, il bersaniano Miguel Gotor, ha presentato un emendamento firmato da ben 29 compagni di partito nel quale spiega che non ci saranno ripensamenti: «Noi non arretriamo, è una questione di dare rappresentanza ai cittadini, vogliamo entrare nel merito della legge elettorale». Dunque niente capilista bloccati, no secco anche al metodo con il quale Renzi vuole piegare il partito del prendere o lasciare. La proposta dei «ribelli» è di scendere almeno fino al 30 per cento di posti «assegnati» e lasciare le preferenze per tutti gli altri. Proposta che per il premier è inaccettabile. Così lo strappo arriva all’Assemblea del Pd nella quale Renzi, per la prima volta, è costretto a incassare un voto in aperto dissenso: i 29 che hanno firmato la proposta sull’Italicum al momento della votazione si alzano e lasciano la sala senza votare. Così la linea della segreteria passa con 71 voti: maggioranza più che piena, ma la vittoria ha un sapore molto amaro. E mentre in Senato, nel pomeriggio, si discute dell’Italicum, Renzi in conferenza stampa da palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri non si trattiene dall’attaccare ancora i dissidenti: «Sulle riforme ho sentito dire, adesso dobbiamo fermarci e aspettare. Ma l'Italia ha rallentato troppo, ora è il momento di accelerare sulle riforme per dare speranza all'Italia. Mandiamo in pensione le liste bloccate. Con buona pace di quelli che vorrebbero fare i frenatori noi andiamo avanti». Ed è ancora Matteo Renzi a scatenare un putiferio dentro il Pd riportando una battuta che gli avrebbe fatto il suo deputato Francesco Boccia, marito di Nunzia De Girolamo: «Mi ha detto che faccio come l'Isis». Battuta pronunciata durante l’Assemblea del partito e che il senatore Corradino Mineo si è affrettato a riportare su twitter: «Renzi citando Boccia fa la vittima per strappare un applauso ai senatori. Tutto pur di vincere!». E sulla frase di Boccia si è subito accesa la polemica. «Mi chiedo se sia stato davvero Boccia ad accostare i modi di Renzi ai metodi utilizzati dall'Isis o se un suo sosia abbia iniziato ad aggirarsi tra noi – è il commento di Ernesto Carbone – Mi sembra davvero impossibile che un uomo delle istituzioni possa accostare le immagini cruenti dei morti decapitati per mano dei terroristi Isis alla dialettica squisitamente politica che in queste ore si sta consumando all'interno del nostro partito». Stesso tono da parte di Dario Parrini e Alberto Losacco: «Se confermate, le dichiarazioni di Francesco Boccia sul "metodo Isis" accostato al premier Renzi sarebbero gravissime e inaccettabili. Ci aspettiamo che smentisca o rettifichi subito». Infine Monica Cirinnà: «Trovo di cattivo gusto paragonare i metodi dell'Isis a quelli del funzionamento dialettico e democratico del nostro partito. È un accostamento fuori luogo, inappropriato e inopportuno».

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