Il ritorno a casa di Greta e Simona, da un punto di vista umano, non può che renderci felici. Soprattutto immaginando la gioia dei familiari. Però non possiamo non fare i conti con l’altro punto di vista. Pagare un riscatto nonostante il fine sia così importante, è (a volte) inappropriato. Di fronte a un terrorismo che avanza, assumendo una forma sempre più aggressiva, finanziare l’attività di chi porta la guerra fin dentro le nostre case, è una scelta assurda. Ecco perché mi sento di dire che i riscatti possono avere conseguenze deleterie. Occorre sempre fare di tutto per riportare a casa i nostri connazionali rapiti. Anche l’impossibile, ma utilizzando altre vie. Non è solo pagando che lo si può fare. Io, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana, purtroppo solo dopo la morte di Fabrizio Quattrocchi, siamo stati liberati da forze speciali che hanno creato le condizioni di tipo militare per renderlo possibile. Ed è accaduto lo stesso in molte altre occasioni. Pagare il riscatto è spesso la via più facile, ma sarebbe sbagliato pensare che sia un metodo privo di rischi. Non è mai una passeggiata. Dunque, se è vero che ci sono operazioni umanitarie che hanno come fine, ad esempio, la salvezza di bambini, e per questo motivo vanno sempre sostenute, va anche detto che ce ne sono altre messe in atto da chi, sotto l’ombrello di alcune Ong, dichiara addirittura di parteggiare per una parte, magari quella che li tiene in catene. Greta e Vanessa, per fortuna, non sono cadute nelle mani dell’Isis. Ma non si può, specialmente alla loro giovane età, partire per territori infestati da terroristi sperando solo nella fortuna. E anche quando non è così, quando cioè lo si fa contando sulla fedeltà e l’appoggio di persone del luogo, occorre mettere in conto che spesso, tropo spesso, queste sono pronte a tradire e venderti al migliore offerente. Non si può andare in Siria senza una adeguata analisi e gestione dei rischi. E non lo si può fare senza essere disposti ad affrontarne le possibili conseguenze, senza essere preparati, anche spiritualmente, a gestire un’eventuale cattura e persino la più terribile delle conseguenze che è la morte.
La trappola del ricatto
di Salvatore Stefio, sequestrato in Iraq nel 2004 con Cupertino, Agliana e Quattrocchi